12 ottobre: sette anni di Ivan Bogdanov

Sette anni fa uno dei capitoli più brutti della tifoseria calcistica. Ivan Bogdanov quel giorno decise di mettere l'odio prima dello sport

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Ivan Bogdanov

Il 12 ottobre del 2010 a Marassi si giocò la partita valida per le qualificazioni a Euro 2012 fra Italia e Serbia. Il catino di Genova, e precisamente la “gabbia” del settore ospiti, avrebbe dovuto contenere la violenza pilotata degli ultras serbi.

Già prima della partita i tifosi ospiti avevano causato problemi alle forze dell’ordine con atti di vandalismo e resistenza, e al fischio d’inizio del match, guidati dal capo ultras Ivan Bogdanov, arrampicatosi sulle barriere del loro settore, hanno iniziato un lancio di petardi che ha costretto l’arbitro a interrompere il match al 6’.

IL GESTO

Resta famoso il gesto “delle tre dita” che il capo ultrà ci teneva particolarmente a mostrare in favore di camera, così come resta commovente il tentativo di spiegazione del telecronista, il quale supponeva che il tifoso stesse dicendo che la Serbia avrebbe perso tre a zero a tavolino (cosa che poi accadde).

Questo gesto viene interpretato erroneamente come unicamente simbolo fascista (un po’ come il saluto romano) del nazionalismo serbo, o meglio, del nazionalismo  balcanico frequentemente interpretato dai media. È stato sicuramente e senza ombra di dubbio reso famoso dai cetnici e dai movimenti e dai partiti radicali serbi, ma non resta loro appannaggio. Alcuni lo riconducono al motto dello stemma serbo Samo Sloga Srbina Spasava (Solo l’unità salva i serbi), ed è per questo che viene indubbiamente associato a un ultra-nazionalismo estremamente conservatore quando non addirittura fascista (nel caso di Bogdanov e di quegli ultras in particolare, che si sono espressi anche con i più riconoscibili saluti romani, tale equivalenza è palese). In realtà è un gesto più assimilabile alla trimurti della cristianità ortodossa di Dio, patria e famiglia, e questo è un concetto ben impresso nella mente di una grossa moltitudine di serbi che non possono essere definiti ultra-nazionalisti o fascisti.

La realtà è che il nazionalismo, così come le idee politiche, nelle curve dei Balcani (e anche in quelle italiane) c’entra ben poco, e rappresentano unicamente dei collanti sociali validi unicamente all’interno di un determinato contesto, cioè quello di una parte del tifo organizzato.

La realtà è che con ogni probabilità gli ultras serbi, Ivan Bogdanov in primis, sono finiti in un gioco più grande, che poco ha a che fare con il calcio, e che probabilmente nasconde trame criminose che necessitano del paravento della politica nelle curve, di gesti delle tre dita, di petardi e di nazionalismo per coprire con fumo attività più perniciose.

Sette anni dall’arresto di Ivan Bogdanov e la narrazione calcistica resta la stessa: solo un gioco, sì, ma cui prodest?

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