16 aprile: la nascita di Arpad Weisz

Nato nel 1896, Arpad Weisz rappresenta una tanto bella quanto drammatica storia di umanità e calcio.

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Arpad fu il nome del mitico guerriero magiaro, vissuto tra il IX e il X secolo d.c., che con le sue vigorose azioni di conquista fondò, secondo una leggenda accolta da molti, l’odierna Ungheria, inaugurando la dinastia degli “Arpadi”, prima casa regnante della storia del Paese, a capo dello stesso sino al 1301. La nomea di questo epico combattente, solleticherà per secoli e secoli la fantasia di intere generazioni di suoi discendenti, contribuendo alla formazione di uno spirito d’identità nazionale tra i più inossidabili del Vecchio Continente. Arpad come sinonimo di potenza, di lotta contro ogni avversità. Soprattutto, un nome che tanti novelli genitori, desidereranno dare ai loro pargoli.

Devono pensarla in questa maniera, i signori Weisz, umili sudditi dell’Impero austro-ungarico, che a Solt, in pieno territorio magiaro, nella primavera del 1896, battezzano con gioia il loro figliolo: Arpad Weisz. E’ il principio di una delle avventure più significative e toccanti della storia del calcio italiano e internazionale. Una storia sportiva meravigliosa, che andrà poi drammaticamente a intrecciarsi con una delle pagine più nere del nostro Novecento.

La prima guerra mondiale

Arpad è un ragazzo timido, all’apparenza schivo e distaccato, ma dall’intelligenza vivace e dal carattere d’acciaio. E’ il calcio la grande passione della sua vita, ma appena ventenne, è costretto a interrompere la sua nascente carriera pedatoria per rispondere alla chiamata delle armi: la Grande Guerra è in atto e lui viene fatto prigioniero sul Carso, dal regio esercito italiano. E’ il primo, importante incontro col nostro Paese, un approccio alquanto traumatico, ma avrà modo di rifarsi. Arpad soffre, resiste e alla fine, esce indenne dalla spaventosa carneficina del conflitto. Torna a casa e riprende con determinazione i fili della propria esistenza.

La passione per il calcio

L’Impero non c’è più, la passione per il football è invece rimasta intatta nel popolo ungherese. Le Olimpiadi calcistiche del 1924 rappresentano una prima, grande occasione per mostrare al Mondo il valore del movimento magiaro, in netta crescita e destinato, nei decenni, a dominare il calcio europeo. La rappresentativa che raggiunge Parigi per i Giochi, è di livello assoluto, forte di campioni quali il leggendario Bela Guttmann e Ferenc Hirzer, che sarà negli anni il primo grande fuoriclasse della Juventus della famiglia Agnelli. Weisz è parte della spedizione, ma la vive da riserva: la sua vera vocazione è allenare, insegnare calcio più che praticarlo. Se ne renderà compiutamente conto col tempo.

Il regime dell’Ammiraglio Horthy

L’Ungheria è tra le favorite, ma c’è qualcosa, più di qualcosa che non quadra: la compagine è preda delle influenze di Miklos Horthy, il reggente del Regno, un nazionalista con forti velleità antisemite. Nella squadra figurano elementi ebrei, tra cui Weisz stesso. Horthy “inquina” la rappresentativa di suoi uomini, dirigenti più che giocatori, che costringono i calciatori “veri” a trascorrere le lunghe ore del ritiro parigino in condizioni improbe, con ratti giganteschi a far sgradita compagnia nelle stanze. E’ troppo. Gli ungheresi, offesi e umiliati, in occasione della gara degli ottavi di finale, contro gli improbabili egiziani, si fanno volutamente schiacciare, zero a tre. L’episodio passerà alla storia del football magiaro come il “Grande Ammutinamento del ‘24”. Al ritorno in patria, l’aria è diventata ormai irrespirabile. Emigrano in tanti, Weisz compreso, che trova ingaggio in Italia, prima al Padova, poi all’Inter, club in cui conclude la carriera da calciatore.

Arpad Weisz all’Inter

Proprio presso il club milanese, l’ambizioso Arpad avvia la sua nuova avventura d’allenatore. Nella stagione 1929-30, in occasione del primo campionato italiano a girone unico, l’Ambrosiana (il nome Internazionale è evidentemente insopportabile per il regime fascista) da lui guidata, conquista lo scudetto. Il tecnico ungherese, trionfando alla “tenera” età di 34 anni, è ancora oggi il più giovane mister ad essersi mai fregiato del titolo tricolore, proponendosi come allenatore completo, preparato tatticamente e di grandi intuizioni. Ulteriore e imperituro merito di Weisz, è infatti la scoperta e il lancio in squadra, di un ragazzo magrolino e sfrontato, pieno di talento, destinato a diventare tra i più grandi della storia del nostro calcio: Giuseppe Meazza, detto il “Balilla”. Una leggenda. Il successo ottenuto in nerazzurro, si rivelerà però episodico.

L’arrivo a Bologna

La società destinata a proiettare la sua figura nell’Olimpo del football internazionale è un’altra. E’ il Bologna, il grande Bologna del presidentissimo Renato Dall’Ara, club alla metà degli anni ’30, più in vista della Penisola, forte di due scudetti conquistati in anni recenti e soprattutto di eccezionali trionfi nella Mitropa Cup o Coppa Europa Centrale, competizione progenitrice della futura Coppa dei Campioni e manifestazione più significativa a livello continentale, forte della presenza delle migliori compagini italiane, austriache, ungheresi e cecoslovacche, ossia la “crème” del calcio europeo (inglesi a parte). I rossoblù facendo proprio il trofeo in ben due occasioni (1932 e 1934), si guadagnarono la leggendaria definizione di “squadrone che tremare il Mondo fa”, ergendosi a prima, grande società italiana in Europa.

La forza di Bologna

Weisz arriva in Emilia nell’estate del 1935 con l’arduo compito di confermare la caratura internazionale del club e interrompere lo straordinario dominio sul suolo italico della Juventus, formazione vittoriosa nelle cinque precedenti edizioni del campionato. I mezzi per far bene ci sono tutti: una società ricca e all’avanguardia, uno stadio, il “Littoriale”, spettacolare, straordinariamente moderno e capiente per l’epoca (50.000 posti), un pubblico entusiasta e appassionato. Ma soprattutto una squadra formidabile, incredibilmente nutrita di talento dai generosi investimenti del proprio munifico presidente Dall’Ara. La compagine risulta uno strepitoso mix di alcuni tra i migliori giocatori italiani e uruguaiani, ossia gli esponenti delle due maggiori scuole calcistiche del Pianeta, le vincitrici delle prime due edizioni del Campionato del Mondo.

Sul tetto del Mondo

A Bologna, Weisz trova l’ambiente giusto e i calciatori adatti per esprimere ai massimi livelli le proprie qualità di tecnico. L’allenatore ungherese predica l’importanza del collettivo, della qualità a disposizione della squadra. E’ fautore di una calcio veloce, fatto di intensità, tecnica e ritmo. Un calcio innovativo, che travolge tutto e tutti. Il Bologna, sotto la sua guida, conquista in carrozza due scudetti in fila. In Italia non vi è nessuno al livello dei rossoblù, la recente dittatura juventina, che pareva inattaccabile, è già un pallidissimo ricordo. Weisz è il valore aggiunto di una compagine eccezionale, destinata a fare leggenda in occasione del “Torneo Internazionale dell’Expo Universale di Parigi” del 1937, che il Bologna di Arpad vince contro gli ‘invincibili’ inglesi del Chelsea.

L’irriconoscenza italiana

Crolla un mito, l’invincibilità inglese non è più tale. Il Bologna di Weisz è invece nella leggenda. L’allenatore ungherese è al culmine della propria carriera, rappresentando ormai il top tra i tecnici del Vecchio Continente. E’ il momento più felice della sua vita, ma sta per tramutarsi, tristemente, nel più nefasto. Arpad è ebreo. Ed essere ebrei, nell’Italia dell’epoca è un assurdo problema. Le vergognose leggi razziali promulgate dal regime fascista, costringono lui e la sua famiglia ad abbandonare il Paese, nell’autunno del 1938. Si rifugiano prima a Parigi, poi in Olanda a Dordrecht dove Arpad trova comunque il modo di guidare, con risultati entusiasmanti, la modestissima squadra locale.

La Shoah

Una mattina del 1942, le SS bussano alla porta di casa: bisogna andare, destinazione, campi di concentramento. Il 31 gennaio 1944 ad Auschwitz, Weisz si spegne, chiudendo un’esistenza difficile, sempre in salita, costantemente in coraggiosa lotta,   fronteggiando molteplici avversità: la Grande Guerra, l’ostilità del governo del proprio Paese natale e il tradimento di quello d’adozione, l’Italia. Quell’Italia a cui contribuì a dar lustro internazionale, grazie allo sport, elemento chiave della propaganda del Regime, e che lo ripagò con la fuga forzata. Weisz affrontò quella e altre traversie, con spirito impavido e indomabile, rispettando sempre con orgoglio, la propria discendenza e il proprio illustre nome: Arpad grande e coraggioso guerriero.

 

Da ‘Le 50+1 partite che hanno cambiato la storia’ (Errera, Fox 2015. Ed. Kimerik)

 

Daniele Errera

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