18 ottobre, l’8.90 di Beamon

Il 18 ottobre 1968 Bob Beamon saltò gli 8,90 che lo resero una vera e propria leggenda

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Arrivava in condizioni malconce, Bob Beamon. Aveva bevuto tanto la sera prima. Un atteggiamento tanto incomprensibile quanto censurabile per un atleta che stava gareggiando alle Olimpiadi. Era il 1968, Città del Messico. 18 ottobre.

Buona la tequila, sì. Ma se devi rappresentare gli Stati Uniti d’America ai Giochi Olimpici, puoi evitare. E invece no. Gli States sono ancora abbastanza razzisti, specialmente nel sud. La borsa di studio che l’Università di El Paso gli avrebbe dovuto conferire per farlo arrivare ‘sano e salvo’ in Messico non gli fu corrisposta. La moglie lo aveva lasciato ed era pieno di debiti. Pare facile dire: non bere. Beamon si presentò così ancora un po’ alticcio allo stadio.

Il vento è fortissimo, quel venerdì. I tentativi di tre atleti prima di lui sono falliti. Poi tocca a Beamon. Salto in lungo, la sua specialità. Parte, corre. E’ veloce, velocissimo. Arriva alla linea di stacco. Regolare, no foul. Entra in orbita, esce dalla stratosfera e plana poi sulla sabbia. I giudici non riescono a controllare tramite il classico metro. Devono usare un’apparecchiatura di emergenza, che poi non sarà usata per tanti anni. 8,90. Otto e novanta. Non so, è una sorta di record di Gerd Müller di goal in un anno solare. Quello degli anni ‘70. Una roba indescrivibile. Passano i minuti, Beamon con quella pettorina dal numero 285 è in campo. Corricchia. Come se non fosse successo niente. Quando poi viene comunicato quel tanto ridicolo quanto inverosimile 8,90, il pubblico dello Stadio Nazionale della capitale messicana si alza in piedi a tributare l’applauso al suo campione. Beamon scoppia in lacrime. Il campione di atletica leggera che aveva scalato l’Everest.

 

Daniele Errera

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