18 settembre, Armstrong fa 47. Ascesa e discesa de “Le Roi american”

L'ex corridore texano compie oggi 47 anni: ne ripercorriamo brevemente la carriera

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Non è impresa facile raccontare, peraltro in un articolo stringato quale deve essere quello dedicato al suo quarantasettesimo compleanno della vita di Lance Armstrong. “Le Roi american”, come negli anni d’oro dei sette Tour de France vinti consecutivamente, lo avevano definito i francesi, che già prima dello scandalo doping certamente non lo amavano.

Poco da stupirsi, essi non hanno mai tanto tollerato i vincenti: chiedere alla buona anima di Jacques Anquetil perché in corsa potesse umiliare il povero Poulidor, ma per strada si beccasse fischi mentre il rivale era acclamato. Pou Pou, che ha il record di podi al Tour senza mai aver indossato, nemmeno per un giorno, la maglia gialla. E che quando andò a trovare sul letto di morte il rivale di sempre si sentì dire: “Hai visto, anche stavolta son arrivato prima io”.

BIOGRAFIA DI UN PREDESTINATO

Nato il 18 settembre 1971 a Plano, nel Texas, col cognome di Gunderdson (il padre, che abbandonerà presto la famiglia, è di origini norvegesi), si mette in mostra sin da giovanissimo nel triathlon, prima di dedicarsi interamente alla bicicletta: passa professionista nel 1992 con la Motorola, e all’inizio della carriera si distingue come cacciatore di gare da un giorno.

È il 1993 il primo anno di grazia: conquista la tappa di Verdun al Tour, e, soprattutto, diventa uno dei più giovani iridati della storia, a Oslo, sotto una pioggia torrenziale, precedendo Miguel Indurain e Olaf Ludwig. Dopo un anno incolore, il 1995 si rivela ricco di avvenimenti: tante vittorie, ma anche l’enorme dolore causato dalla morte in corsa del suo compagno di squadra, il lombardo Fabio Casartelli: l’olimpionico di Barcellona 1992 è vittima di un incidente letale il 18 luglio, durante la quindicesima tappa del Tour, scendendo dalla vetta pirenaica del Portet d’Aspet. Tre giorni dopo Armstrong vince in fuga solitaria, a Limoges, e dedica la tappa al suo sfortunato collega.

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IL TUMORE, LA RINASCITA, I TRIONFI

Quello che nei pronostici dovrebbe essere l’anno della consacrazione, il 1996, si rivela terribile. Armstrong ha un dolore persistente ai testicoli, si reca in visita di controllo presso un medico olandese che emette una diagnosi  ferale: tumore, ricovero immediato.  È così che inizia la parte più romanzata, raccontata, e, nonostante lo scandalo doping ancora viva negli appassionati, della sua carriera e vita. Non soltanto sopravvive, ma si rimette in bicicletta (già un mese dopo il ricovero esce per una sgambata con un signore belga di 50 anni, un certo Eddy Merckx).

Tutto il ciclismo si compatta attorno a lui, che esce dalla malattia trasformato, non soltanto nello spirito, ma anche nel corpo. Dimagrito, ha perso potenza ma acquisito agilità, e inizia ad andare forte in salita. Va al Tour del 1999, e quello che all’inizio sembra un progetto folle diventa realtà: diventa il secondo statunitense, dopo Greg Le Mond, ad arrivare in giallo sugli Champs Elysées. Sarà la prima di sette vittorie consecutive: da dominatore, quasi tutte.

Armstrong non è mai stato troppo amato dai francesi, si è detto; anche in gruppo aveva degli atteggiamenti a volte da “bullo” incontrastato. Tra gli italiani si ricordino gli screzi con Pantani (che vince a Courchevel, per l’ultima volta in carriera, dopo aver staccato il texano che qualche giorno prima aveva detto di aver voluto lasciargli la vittoria sul Ventoux, al Tour del 2000), o con Filippo Simeoni, reo ai suoi occhi di aver insinuato legami col doping del dottor Ferrari, cui Armstrong spesso si rivolge. Nel 2004, durante una tappa di trasferimento, arriva a entrare in fuga, vista la presenza del laziale, costringendolo a desistere dal tentativo perché questa possa aver successo.

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IL RIENTRO E LO SCANDALO DOPING

Si ritira da vittorioso nel 2005, torna nel 2009 e ottiene un terzo posto al Tour, correndo per l’Astana, che vince il Tour con Contador, col quale il texano ha un rapporto a dir poco complicato. Passa alla RadioShack nel 2010, ma questa volta il miracolo non riesce: appende definitivamente gli scarpini al chiodo, prima di passare alle cronache per lo scandalo doping.

Per la verità, il sospetto sul texano era sempre stato forte, ma divenne realtà quando l’agenzia antidoping americana, nell’agosto 2012, gli toglie tutti i titoli ottenuti dal 1998. Si adeguano alla decisione l’UCI e il CIO (che gli cancella il bronzo vinto a Sydney nella crono individuale), prima che, nel 2013, Armstrong, in un’intervista presso il programma di Oprah Winfrey, ammetta le sue colpe.

Il palmares certo non comprende più i 7 Tour e questa è stata una sentenza sacrosanta vista anche la confessione. Molti ritengono che sia stato giusto decidere di non assegnare ad altri quelle corse, per due motivi. Pensare che in quegli anni egli fosse un diavolo in mezzo a dei santi è semplicemente ridicolo.

Di certo, nonostante tutto, è ancora oggi una presenza forte, e ingombrante, nella memoria collettiva degli appassionati delle due ruote.

Umberto Resta

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