19 aprile: Milan – Real Madrid, la partita perfetta

Il 19 aprile 1989 si giocò la partita perfetta. Una ballata travolgente, sensazionale: l'assolo rossonero

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Della partita Giancarlo Dotto ha scritto che “così si gioca solo in paradiso” all’interno de ‘La squadra perfetta’, che potrebbe essere anche definito Introduzione al Sacchismo o Lineamenti del Milan di Sacchi. E come dargli torto? Milano, semifinale di ritorno di Coppa dei Campioni. Va ricordato che alla competizione, al tempo, accedevano solo le squadre vincitrici del campionato nazionale. Erano tutte toste, forti, di qualità. Il Real poi non è mai stato un club scarso. E’ pur vero che mancava l’appuntamento con la Coppa dalle grandi orecchie dal lontano 1966, ma l’alone di miticità dei vari Puskas, Di Stefano, Gento e compagnia era intatto.

La Coppa Campioni 1989 era sì cominciata bene la competizione per i rossoneri, salvo poi rischiare di uscire agli ottavi e ai quarti di finale coi campioni di Jugoslavia e di Germania. Il 5 aprile era entrato al Bernabeu, dominando il match finito poi 1-1. A Milano la rivincita o la caduta. I presagi non erano certo dei migliori: nell’allenamento di rifinitura (che Sacchi faceva giocare come una vera e propria partita, ma a tempi ridotti), Albertini, che fino a quel momento era costantemente panchinaro in quanto aggregato dalla Primavera, infortuna Chicco Evani. Sacchi chiede consigli ai giocatori. Non gli piacciono le ipotesi e sceglie, privilegia la persona prima del giocatore: sarà Carletto Ancelotti a giocare sulla fascia sinistra di Bubu Evani (che coraggio). Rijkaard sarà spostato a centrocampo centrale (fino ad allora aveva giocato stopper). Accanto a Baresi, in difesa, ci sarà Costacurta, che aveva giocato poco e niente fino ad allora. Soluzioni sì improvvisate, ma all’interno di un sistema, di un’idea: quella che il collettivo viene prima della somma dei singoli. Il Real non colse e rimase ancorata alla filosofia dei solisti. Il Milan era una parte di un qualcosa di più grande: la città era coinvolta (Sacchi ricorda le tre suore fargli il segno della vittoria un paio di giorni prima del match), la dirigenza era parte integrante (“ci vedranno un miliardo di persone, giocatela bene questa partita”, firmato Silvio Berlusconi).

 

 

LA PARTITA

Soltanto sei stagioni prima, il Milan era costretto a barcamenarsi sofferente negli inferi della cadetteria e gli avversari da temere si chiamavano Cavese, Pistoiese, Sambenedettese, Taranto. Ora si ospitava nientemeno che il Real Madrid, con vista sul Camp Nou di Barcellona, sede di una finalissima continentale che mancava da vent’anni esatti. Dopo aver sperimentate le anguste asperità della Geenna, ora le porte dell’empireo erano a un passo dallo schiudersi, accogliendo il club rossonero verso una rinnovata dimensione di rinomanza.

 

 

A portare le chiavi e a inserirle nella serratura ci pensò Carlo Ancelotti, con una poderosa bordata dalla distanza al 18’. Fu l’inizio di un monologo sensazionale, una recita calcistica sublime per qualità, intensità e sagacia tattica. Pochi minuti più tardi, su traversone dalla destra di Tassotti, Frank Rijkaard sovrastò i madrileni in elevazione, scaricando in porta per il raddoppio. La mattanza proseguì con la terza segnatura, opera di Ruud Gullit al 38’: cross dalla corsia mancina di Donadoni, imperioso stacco del gigantesco tulipano con le treccine e qualificazione in ghiaccio, già partite le prenotazioni per Barcellona. Il Real annichilito, azzerato, umiliato, come mai nella storia. Nella ripresa i rossoneri, spinti da un pubblico a metà strada nel percorso tra l’estasi e l’incredulità, esagerarono. Al 49’ Van Basten, su sponda aerea di Gullit, folgorò nuovamente il povero portiere Buyo, con una potente saetta all’incrocio dei pali. La furia milanista si placò definitivamente al 59’, in seguito a un lampo di Donadoni (preciso mancino dalla distanza, Buyo non irreprensibile). Lo scoccare del 90’ distava ancora una mezz’ora abbondante, ma la quiete, dopo la tempesta, consentì al pubblico rossonero e di tutta Europa, di realizzare compiutamente quanto era appena accaduto. Il mito Real scherzato, sbeffeggiato, oltraggiato. Era il principio di una nuova epopea, quella milanista”. (Da Le 50+1 partite che hanno cambiato la storia, di Fox e Errera).

Quaranta minuti erano bastati al Milan di Sacchi a farne 5 (CINQUE) al mitico Real Madrid, che da lì per anni si sentirà urlare in ogni stadio iberico ‘Milan, Milan’. Una partita che definirla perfetta è poco. Una partita, ciliegina sulla torta di un grande lavoro ideato e costruito da Arrigo Sacchi, che costrinse France Football a definire quel Milan la Squadra più forte di tutti i tempi. Chapeau.

LA SIMPATICA CURIOSITA’

Ps: nell’immediato pre partita, pochi istanti prima di uscire dagli spogliatoi, le merengues si unirono in un enorme urlo indemoniato. Il vicino spogliatoio rossonero fu sommerso dalle urla: “Ma noi non abbiamo un urlo propiziatore?”, chiese Berlusconi a Sacchi. “Vede dottore, loro urlano dalla paura”: il primo passo verso l’impresa, l’alba di un trionfo.

Daniele Errera

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