19 giugno: “Cleveland, this is for you”

Il 19 giugno 2016 andava di scena una delle partite più celebri della storia dello sport: Gara 7, tra Cleveland Cavaliers e Golden State Warriors

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Una dei più bei racconti della storia della pallacanestro, una delle più belle storie d’amore di uno sport (e di un giocatore) con una città. Un capolavoro sportivo. Era il 19 giugno 2016 e mancavano due minuti alla fine del match tra Cleveland Cavaliers e Golden State Warriors…

Bill Russell disse: “Le due più belle parole nello sport, Gara 7”. E ne aveva ben donde. Golden State, franchigia vincitrice dell’anello nel 2015, si presenta di nuovo alle Finali NBA, dopo una rimonta incredibile ai danni di Oklahoma City, Kevin Durant e Russell Westbrook. Da 3-1 a 3-4. Non sarà l’unica della serie. Warriors che sventrano chiunque gli si presenti di fronte. In Regular Season vincono 73 partite, migliorando il record (secondo molti irraggiungibile) dei Chicago Bulls 1996. Gli Splash Brothers sono fenomenali e sia davanti che in fase difensiva, Green e Iguodala sono due solide realtà. Tra le migliori, certamente. Dall’altra parte c’è Cleveland. L’anno prima furono le stesse finali, ma i Cavs non avevano Irving e Love. Mozgov e Dellavedova titolari. E nonostante tutto, LeBron tenne vive le speranze della città.

Nel 2016 tornano con una grande compagnia, ma i match alla Oracle Arena sono stravinti dai Warriors. Cleveland viene travolta in Gara 2 per 110 a 77. Il solito LeBron gatto nero. Si vola in Ohio: 2-1. Ma Gara 4 è vinta da Golden State. E quando perdono la prossima, gli Warriors? Il grado di maturità de ragazzi di coach Kerr è ormai altissimo. E invece no: LeBron e Irving giocano la più grande partita di coppia di sempre, mettendo a segno 41 punti a testa. 3-2. In Ohio la musica non cambia e si va sul 3-3. Nessuna squadra in svantaggio per 3-1 era mai riuscita a vincere alla fine l’anello. Alla Oracle Arena si gioca una storica Gara 7.

Avanti Cleveland, avanti Warriors, di nuovo Cavaliers. La partita passa da un padrone all’altro. Benissimo Draymond Green, favoloso LeBron James. Partita di un’intensità pazzesca. I tifosi della baia sono favolosi verso i propri beniamini. Un po’ meno verso LeBron, ma questo sembra quasi normale. A tre e mezzo dalla fine le squadre sono a 89 – 89. Favoloso. Combattuta come mai. Squadre stanche, giocatori distrutti, ma continuano a giocare. Continuerebbero anche altre 6 ore, ce ne fosse bisogno. Tentano di fare punto, ma la lucidità è (quasi) bella che andata. Finché non si arriva a 2 minuti dal termine.

Palla a Kyrie Irving, uno al quale si affidano anche le chiavi di casa, di automobile e di garage. Eurostep, palla fuori, di tanto. Rimbalzo di Iguodala. Il numero 9 parte, è velocissimo, non lo riprendono, scambia con Curry che lo serve ancora. Metterà la palla nel canestro con un facile, elementare appoggio a tabella e Golden State vincerà grazie a quel colpo di coda. Supera JR Smith, appoggia a tabella quando si oscura per davvero la vallata. Il telecronista statunitense chiede di rivederla al replay. Lo fa e urla: “Oh my Goodness”. Non ci crede. E non ci crede nessuno alla Oracle Arena. E’ lo sforzo sovrumano di LeBron James. Inenarrabile: corre per i 28 metri di campo, salta verso la stratosfera e stoppa il tentativo di Iguodala. Mai vista una cosa simile su un campo di basket. Mai vista in un contesto simile. Un block da leggenda. Palla ai Cavs, coach Lue chiama il time out. Irving voleva subito ripartire e chiuderla. Ma al rientro le idee di Cleveland sono più chiare. Isolamento di Kyrie, al quale s’accoppia Curry. L’ex Duke guarda il canestro, guarda gli occhi dell’MVP. Lo fa, lo sanno tutti che lo fa. Avanti, indietro, finta, crossover e carica la tripla. Mostruosa tripla, favolosa tripla. Golden State non ha time out e deve ripartire a razzo. Puntano Kevin Love, uno che ha dimostrato di non saper difendere alla grande, anzi. La sua opposizione a Curry è da lacrime agli occhi. Mai visto giocare così, MVP inefficace. Cleveland avrà l’opportunità di segnare ancora un paio di punti, ma James trasformerà solo uno dei due tiri liberi. 93-89. Finisce così, splendidamente. Prima ancora che la sirena suoni LeBron è in lacrime, lo abbracciano tutti i compagni di squadra. Primo fra tutti quello incapace a difendere, Love. Che però non ha permesso di respirare a Curry all’ultimo attacco: Curry, mica pizza e fichi.

LeBron non è al primo titolo. E’ il terzo che vince. Ne aveva persi già quattro, due a Miami e due a Cleveland. “Tutti contro noi, tutti contro noi”, si lascia scappare all’intervista post match. Pochi davano credito ai Cavs, tanto più dopo il 3-1. Sembrava tutto indirizzato verso un quasi sweep e invece riuscirono a ribaltare un risultato impossibile contro una squadra fenomenale, tra le più grandi della storia.

Cleveland, questo è per te”, l’urlo a fine match. Alla Quicken Loans Arena vi erano i tifosi a vedere la partita sui maxischermi. A questo proclama, esplodono di gioia. Sono per la prima volta campioni NBA, per la prima volta centro del mondo. Una vittoria favolosa per una delle grandi città più bruttine d’America. Secondo molti, la più brutta. Una delle città più depresse economicamente, all’interno di una cornice statale non proprio sulla frontiera dell’innovazione e della tecnologia: dall’essere una delle prime dieci città negli States, è finita ad stare fuori addirittura dalla Top-50, dopo l’addio di molte compagnie industriali. A parte il basket, in Ohio c’è veramente poco. I Cleveland Brown sono una della squadre dell’NFL, ma non giocano i playoff da tantissimi anni. A parte i Cavaliers, quindi, davvero poca roba. LeBron sa cosa significa vivere in uno stato depresso. E’ nato ad Akron, un paesino tutt’altro che avanti. Non ha mai avuto il padre. Si è fatto veramente da sé, con fatica, sudore, lacrime e sangue. Quando nel 2011 ha deciso di lasciare l’Ohio per andare a vincere a Miami, dove si andava a costituire un superteam, a Cleveland bruciarono le sue magliette. Quando tornava alla Quicken Loans Arena erano solo fischi. Poi nel 2014, The Decision 2. Il ritorno a Cleveland: “Perché non c’è nulla al mondo come casa”. Il rapporto fra la città e il cestista non è da sottovalutare. Lo sforzo sovrumano della stoppata e della tripla doppia e della prestazione in generale arriva proprio da un legame affettivo come pochi. E per osmosi, dopo The Block, sono stati affrescati The Shot e The Defense. LeBron, Kyrie e Love. Le tre punte di diamante di una squadra che s’è andata poi a smantellare e che probabilmente quest’estate perderà il suo pezzo più pregiato, LeBron. Questo non cambierà il rapporto che ha con L’Ohio, una terra dura e difficile che tramite il basket o per mezzo della propria fondazione e del suo attivismo, LeBron vuole aiutare a cambiare. Verso il futuro. Il futuro di tornare ad essere ancora per una volta protagonisti, dopo quel 19 giugno 2016, quando per una singola ed esclusiva volta furono centro del mondo: “Cleveland, this is for you”.

 

Daniele Errera

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