19 Luglio 1966: quel (falso) dentista che ci cavò via dal Mondiale

Quando l'Italia calcistica conobbe la sua Caporetto in terra d'Albione

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Il 1966 è uno di quegli anni che possono essere utilizzati, meglio di altri, come un termometro  di un’epoca. In quell’anno, il 29 giugno, gli Stati Uniti iniziano un massiccio bombardamento, portando il numero dei soldati a 350.000, nella guerra che più di ogni altra ha segnato la storia occidentale dal secondo dopoguerra: la guerra del Vietnam. Nell’altra metà del mondo, spaccato in due dalla cortina di ferro, sempre in quell’anno (8 aprile) Leonìd Il’ìč Bréznev viene nominato segretario dell’URSS. Il 15 dicembre muore, a Burbank, Walt Disney, mentre un giorno dopo, a Pechino, viene pubblicato il Libretto rosso di Mao.

Nell’Italia del boom economico e della vespa, il 1966 è un anno tristemente famoso soprattutto perché tra la fine di ottobre e i primi di novembre, delle forti piogge sconquasseranno il centro-nord e in particolar modo Firenze (la famosa alluvione del 4 novembre che conterà circa 35 morti). Ma sarà anche l’anno della peggiore disfatta calcistica della nostra storia e in generale, per l’Europa, un anno che segna un passaggio decisivo verso una nuova idea di mondo: il ’68 è ancora lontano ma già si respira un’aria nuova e in Inghilterra un gruppo di ragazzi sta lanciando una musica che cambierà per sempre la storia occidentale. Chissà, forse proprio per questo la terra d’Albione, in passato sempre così attenta alla sua tradizione e invece in quell’anno incredibilmente moderna e spregiudicata, viene scelta come paese ospitante per i mondiali di calcio. E mentre John Lennon definisce i Beatles “più famosi di Gesù Cristo” il pallone torna a rotolare a casa sua. Football comes home.

Un mondiale da ricordare

Sembrerà strano ma le vicende di Inghilterra ’66 devono le sue fortune (e nel nostro caso, ne parleremo tra poco, le sfortune) a un cane. Già, poiché qualche mese prima dell’inizio della rassegna (il 20 Marzo), incredibilmente (sarà un caso unico nella storia dei mondiali) la coppa Rimet viene rubata. E proprio mentre la FIFA si sta adoperando per realizzarne una copia, una settimana dopo, in un parco londinese a Beulah Hill, South Nordwood, parte meridionale della capitale inglese, il meticcio Pickles a passeggio col suo padrone, il signor Corbett, ritrova vicino a una siepe il prestigioso trofeo avvolto in una carta di giornale. La gloria per quello che divenne il collie più famoso del mondo durerà poco: morirà (dopo un anno di celebrazioni, eventi e addirittura un film) l’anno successivo, strangolato dal suo stesso collare. Da quel momento (e noi non ne facciamo a meno) le vicende calcistiche di quel mondiale non possono che partire dal suo ricordo.

England ’66 sarà il “primo” mondiale di molte cose: il primo mondiale “inglese”, lo abbiamo già detto, il primo mondiale con una mascotte ufficiale (il leone Willie), il primo che vedrà schierate in campo le bande musicali ma senza suonare gli inni delle squadre (per motivi diplomatici riguardanti la socialista Corea del Nord, di cui parleremo), il primo mondiale che vedrà la partecipazione del Portogallo (dove giocava “un certo” Eusebio che arriverà addirittura in semifinale), il primo e unico, finora, mondiale vinto dall’Inghilterra. Sarebbe bello poter raccontare a fondo quell’evento, di quella meravigliosa finale a Wembley contro la Germania Ovest (con Pickles in tribuna autorità) dove Sir Bobby Charlton annullò, marcandolo a uomo per tutto il campo, un ventenne tedesco (che giocò un mondiale strepitoso), Franz Beckenbauer, il “Kaiser Franz”. Sarebbe bello parlare di quel non-gol (la palla batté sulla linea di porta) che portò l’Inghilterra sul 3-2 (durante il primo tempo supplementare, la partita poi si concluse 4-2) e che venne convalidato dall’arbitro Dienst (svizzero) e dal suo primo assistente Bachramov (azero) dopo un fantomatico dialogo a gesti (ciascuno non parlava le lingue dell’altro e l’unica parola che riuscirono a capire fu “gol”). Ci riserveremo di farlo, ma non oggi, perché il 19 luglio, in quel 1966, la nostra nazionale subirà la sua Caporetto calcistica, e di quella dobbiamo parlare.

Il “falso” dentista e i pomodori: breve cronaca di una tragedia calcistica.

Se parlate a un ragazzo di vent’anni, di calcio, di Italia e di Corea, siamo certi che vi racconterà dell’Italia di Trapattoni, del “golden gol” di Ahn e soprattutto di Byron Moreno. Eppure fino ad allora, ma in fondo ancora oggi, per gli italiani la Corea che evoca brividi sulla schiena è un’altra, non quella del Sud che ci estromise dai mondiali del 2002, ma quella del Nord, quella di Pak Doo Ik. E Corea è una parola che odora di pomodori. Ma andiamo con ordine.

L’Italia che si presenta in Inghilterra nel 1966 è un’ottima squadra. Certo, non sarà il Brasile di Pelé e Garrincha, non potrà contare su stelle del calibro di Eusebio e del giovane Beckenbauer ma può contare su calciatori del calibro di Mazzola e Rivera, sulla classe difensiva di Facchetti, sulle parate di Albertosi e sul blocco dei giocatori del Bologna (Janich, Bulgarelli e Pascutti su tutti) che all’epoca era tra le grandi del nostro campionato. Di Inter, in quell’Italia, ce n’era poca, perché il nostro commissario tecnico Edmondo “mondino” Fabbri se l’era legata al dito, deluso dalle promesse del presidente dei nerazzurri Angelo Moratti che stava per affidargli la panchina della beneamata (e che poi, per fortuna degli interisti visto come andarono le cose, lasciò ancora al “mago” Herrera). Oltre ai già citati Facchetti e Mazzola, c’erano soltanto Burgnich e Guarneri. Non c’era, ad esempio, un escluso eccellente: Mariolino Corso. C’era, ma era una presenza marginale, un cosiddetto “aggregato” il giovane Gigi Riva, ma il campo praticamente non lo ha visto mai.

In Inghilterra ci arriviamo bene, vinciamo tutte le partite di qualificazione. Vinciamo anche la partita di esordio (2-0, gol di Mazzola e Barison), un’altra partita che sa di storia (e che vi promettiamo di raccontare), contro quel Cile che quattro anni prima ci aveva estromesso dai loro mondiali letteralmente a calci e pugni. Nella seconda partita affrontiamo l’Unione Sovietica, perdiamo di misura una partita orrenda (1-0, gol di Čislenko) e cominciano le critiche feroci contro Fabbri, reo di proporre un gioco assolutamente devoto al catenaccio (scatenato, nei suoi confronti soprattutto il grande “Giuàn” Brera). Poco male, tuttavia, perché ci resta una partita e ci basta un punto, contro la squadra materasso del girone (o almeno così sembrava): la Corea del Nord. I coreani erano stati sconfitti dal Cile e avevano pareggiato all’ultimo minuto contro l’Urss.

A quella partita è presente anche il nostro vice-allenatore, Ferruccio Valcareggi, il quale senza neanche aspettare il fischio finale (con la Russia ancora in vantaggio) torna nel ritiro azzurro con degli appunti e un giudizio definitivo: “Hanno dei nomi che sembrano una cantilena per bambini. Corrono tanto ma sono ridicoli: sembrano tanti Ridolini”. Non basterà neanche lo spostamento di sede, a Middlesbrough, città industriale dove il Riverside Stadium è abitualmente frequentato dalla working class che ha adottato, nel tifo, la Corea socialista. Non basteranno neanche le parole dell’allenatore coreano Myung Rye Hyun, convintissimo di passare il turno. Gli italiani sono certi di fare un sol boccone degli sprovveduti avversari. In campo però i minuti passano, i gol mangiati dagli azzurri aumentano (almeno sei, sette, nei primi venti minuti, con Perani protagonista negativo) e una certa tensione comincia a serpeggiare. L’Italia però è ancora convinta di farcela, anche perché il pareggio la qualifica. Sul finale del primo tempo, però, in pochi minuti accade di tutto. Si fa male il nostro capitano Bulgarelli, entrato in campo già acciaccato e siamo costretti a giocare in dieci (le regole di allora non prevedevano altri cambi se non quello del portiere) e qualche minuto dopo il dramma. Niccolò Carosio, dagli schermi su cui sono incollati tutti gli italiani, racconta quell’azione quasi con sbigottimento: “numero sette…rete…”. Ha segnato la Corea, ha segnato Pak Doo Ik.

L’Italia è sotto shock e non reagisce quasi più. Il secondo tempo vede addirittura i coreani sfiorare il raddoppio. Siamo fuori. Ci ha eliminato una squadra costituita per gran parte da soldati che giocano a calcio a tempo perso, il nostro castigatore è un ragazzo di cui per anni si dirà essere un dentista, in realtà dell’odontotecnico ha solo l’attestato (era un caporale dell’esercito e poi sarà un istruttore di ginnastica). A fine partita i calciatori e lo staff tecnico si rendono conto di aver consumato una disfatta e molti si preoccupano del rientro in patria (qualcuno vocifererà addirittura che Fabbri abbia chiesto, e gli fu negato, di rientrare da solo e di nascosto). Al giovane Riva, uno dei pochi tifosi italiani presenti sugli spalti, un immigrato, tira una bandierata in testa. La notte del 24 luglio, all’aeroporto Cristoforo Colombo di Genova, circa seicento italiani inferociti aspetteranno il rientro a casa della sciagurata spedizione con uova marce e pomodori. Nessuno sarà risparmiato e da quel momento, fino ad oggi, la parola Corea continua ad avere quell’acre sapore.

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