2 luglio, quando la Colombia superò il limite. Il sacrificio di Andrés Escobar

Il 2 luglio 1994 veniva ucciso Andrés Escobar, reo di aver commesso l'autogol ai Mondiali statunitensi che poi estromise la Colombia dal torneo

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Andrés Escobar era un giocatore favoloso, incredibile. Un grande difensore, un Baresi sud americano. Impostava, interveniva, grande stacco di testa ed un’incontenibile personalità. Grande, grande persona.

Escobar guidava la difesa dei Cafeteros, la nazionale colombiana. Nella prima metà degli anni 90’ era la realtà più sorprendente, certamente. A fine 1993 aveva addirittura battuto l’Argentina (senza Maradona) per 0-5 al Monumental di Buenos Aires. Era una delle favorite, agli occhi degli osservatori. Una grande selezione, costruita sul grande Atletico Nacional di Medellin. Quel Medellin che affrontò fierissimamente il Milan di Sacchi, in Coppa Intercontinentale 1989. Fu una partita a scacchi, Van Basten praticamente annullato. L’1-0 arrivò solo al 119esimo con una velenosissima punizione di Chicco Evani. Ma per i 119 minuti precedenti, Escobar aveva guidato la difesa non bene, ma benissimo.

Come detto, al Mondiale del 1994 è una delle favorite, la Colombia. Escobar è il suo punto fermo, lì dietro. Non c’è Higuita, il portiere famoso per il colpo dello scorpione a Wembley. Anche lui è compagno di Escobar nell’Atletico Nacional, ma è finito in prigione per aver aiutato una famiglia a recuperare un componente sequestrato. La legge colombiana impedisce di superare le forze dell’ordine in queste situazioni ed Higuita li vede dalla tv i giochi del 1994. Sono tra le favorite, ma non partono bene, anzi. La Romania vince 3-1 sulla Colombia, con un goal mundial di Hagi. Quattro giorni dopo, il 22 giugno, c’è la possibilità di redimersi: avversari, gli ospitanti United States. Ma sarà la giornata più tragica del calcio colombiano. Al 35esimo, su un cross quasi raso terra, Escobar entra in scivolata per spazzare, ma finisce per deviare la sfera trai propri pali. Stati Uniti in vantaggio. La partita termina poi 2-1 per i padroni di casa, alla Colombia non serve a nulla la vittoria finale sulla Svizzera. Escobar e compagni a casa.

Andrés sta male. Federico Buffa parla di un Escobar assente, tutt’altro che lucido. Una sera si trova in un disco pub di Medellin, El Indio. Capendo che l’aria non era buona, decide di andarsene. Non aveva capito d’essere l’uomo più odiato del Paese. SOlo per una questione sportiva… Uno dei buttafuori della discoteca gli scarica un caricatore intero addosso ed Andrés Escobar muore lì, crivellato alle spalle. Era il 2 luglio 1994. Dopo la morte dell’altro Escobar, Pablo, il re del narcotraffico colombiano, molte famiglie e società criminali si erano date da fare per conquistare quella prateria che la morte del boss aveva creato. Una di queste famiglie aveva perso molto, molto denaro scommettendo sulla Colombia. “Colpa di Escobar, se abbiamo perso”, ripetevano. Solo la morte del calciatore avrebbe potuto pareggiare i conti. Non fu così. Dopo il tremendo omicidio, la gente di Medellin e non solo prese forza e scese in piazza a protestare. Si era raggiunta una situazione limite.

Il tecnico del Nacional e della Nazionale colombiana, Francisco Maturana, avrebbe così definito l’accaduto: “Per tutti ha pagato il più bravo, semplicemente il più bravo. Quello che per sorti umane, calcistiche, per risorse, era destinato a essere per sempre un leader”. Passarono anni senza che qualcuno indossasse più quella numero 2, fino a quando non arrivò Ivan Ramiro Cordoba e da “uomo vero” decise di prenderla, indossarla e darle nuovamente lustro. E da lì, una nuova pagina per la Nazionale di calcio colombiana.

 

Daniele Errera

 

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