21 dicembre: l’addio a Vittorio Pozzo, tra innovazione e il compito più tosto

50 anni fa se ne andava Vittorio Pozzo

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Cinquant’anni fa se ne andava Vittorio Pozzo. Torinese, piemontese doc, classe 1886. Un uomo risorgimentale, così lo definì Giorgio Bocca, uno dei migliori giornalisti della storia italiana. Pozzo fu il più importante Commissario Tecnico della Nazionale italiana. Le diede lustro come mai prima (e dopo) nella storia del pallone. E inventò la prima vera tattica nostrana, interpretando al meglio l’indole della penisola.

Poco da dire sulla vita privata. Pozzo resta nell’immaginario collettivo come IL C.T. azzurro. Quando però giocavano di nero. Con il regime fascista alcune cose cambiarono, ma casualmente il periodo fu il più prolifico per la Nazionale: il mondiale casalingo fu vinto grazie ad alcune spintarelle. Due Coppe Internazionali e l’oro a Berlino 1936. Poi il Mondiale in Francia (1938), vincendo sull’Ungheria per 4-2, dopo essersi imposti in semifinale con i favoriti del Brasile (che tennero a riposo la stella Leonidas). L’Italia era veramente forte: la coppia d’attacco era Piola-Meazza e già questo faceva tremare le ginocchia di parecchie compagini ben attrezzate. Anche i club aiutavano con giocatori ed idee: c’era il Bologna del povero Arpad Weisz, l’Ambrosiana (ai più conosciuta come Inter), l’intramontabile Genoa. Ma soprattutto c’era Pozzo e la sua mente.

Nel 1938, su tre Mondiali giocati (1930, 1934, 1938), due erano di proprietà italiana, uno dell’Uruguay. La Nazionale più forte restava comunque quella inglese. Gli anglosassoni avevano inventato il gioco e non si sprecavano a partecipare a dei tornei sostanzialmente inutili (per loro). Anche perché la loro tattica era la migliore: il Sistema. Quello che il buon vecchio burbero Nereo Rocco definiva in televisione con Gianni Brera il WM: dal palla lunga e pedalare gli inglesi passavano al possesso palla e al gioco rasoterra. Intuizione di Herbert Chapman. Molto spettacolare. Come possono gli italiani competere? Quando c’è da prediligere la sostanza alla spettacolarità il gene italico viene fuori e partorisce il catenaccio. Pozzo mise le basi: era il metodo, il WW. E un decennio di vittorie e trofei in bacheca.

Poi fu la guerra e la fine della bellezza. Saltarono giustamente due Mondiali. Come si poteva festeggiare durante e immediatamente dopo la più grande tragedia della storia? Pozzo ebbe comunque l’opportunità di guidare gli azzurri ancora qualche volta. E fu proprio lui ad introdurre i ragazzi del Grande Torino alla Nazionale. Gli stessi ragazzi che nella mattina del 4 maggio 1949 dovette andare a riconoscere dopo il tragico schianto a Superga. Erano tutti morti. Pozzo morì un po’ lì, durante il suo lavoro più ingrato, camminando tra le macerie dell’aeroplano, tra le carcasse dei campioni. Aveva già lasciato la squadra da qualche mese. Quella squadra a cui diede grande lustro e che non avrebbe vinto fino al 1968 (Europeo casalingo). Anno in cui ci lasciò.

Daniele Errera

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