22 ottobre, l’isola di genio e disperazione a spicchi: Dražen Petrović

Il 22 ottobre 1964 nasceva uno di quei campioni che passano una volta ogni tanto sui rettangoli di gioco: Dražen Petrović

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Magari oggi sarebbe stato un importante coach vincitore della Basketball Champions League. Oppure, più probabilmente, un grande allenatore in NBA. Comunque fosse andata, sarebbe rimasto nel mondo della pallacanestro, questo è ovvio. Chi lo conosceva sapeva che oltre alla palla a spicchi, davvero poco altro. Monotematico. Un isola di genio e disperazione. C’era solo il basket per Dražen Petrović. Oggi avrebbe compiuto 54 anni.

Sergio Tavčar (Tele Capodistria ci dice qualcosa. Ci dice molto) diceva che Petrović viveva “assolutamente, totalmente, esclusivamente” per la pallacanestro. La sua personalità si esprimeva con quel tipo di pallone. Ci sono certi chef che sostengono di esprimersi meglio coi loro piatti che attraverso le parole. Ecco, Petrović era così. Solo basket, non c’era altro.

In origine non era così. Il predestinato era il fratello, quello più bravo per distacco. A Dražen lo chiamavano ‘pietraio’, quello che lanciava pietre, non palloni, tanto era scoordinato. E non solo: aveva una malformazione alle anche, che lo faceva camminare molto male. Ma la sua determinazione era parossistica. Sei, sette, otto, nove ore ed ancora di più in palestra sin dai 10 anni o giù di lì. Prima di scuola, dopo scuola. Fino a notte. Si allenava con tutti. Dai coetanei alla prima squadra: ogni singolo giorno. Ogni giorno del calendario. Che intensità.

Ma l’Europa gli è troppo stretta. Era troppo più forte dei suoi compagni. Zagabria come Madrid, troppo poco. Il passaggio in NBA fu l’ovvia conseguenza della sua grande capacità cestistica. Andò a Portland. Ma l’ambientamento fu difficile e fu così che si spostò ai New Jersey Nets. Voleva dimostrare a sé stesso di essere forte al punto da giocare ed imporsi in NBA, il campionato più difficile e competitivo al mondo, per distacco. Da 3, una dopo l’altra. Metteva le triple in faccia ai campionissimi statunitensi che nel 1992 lo batterono in finale alle Olimpiadi di Barcellona. Le due stagioni coi Nets (1991-1992 e 1992-1993) furono definitive. Mediamente andava oltre i 20 punti a partita e finì addirittura nel terzo quintetto NBA.

Quanto avrebbe potuto dare. Quanto? Ma la sinfonia della reincarnazione di Mozart (secondo una definizione di Enrico Campana) smise di essere suonata il 7 giugno 1993. Dopo una partita della nazionale croata in Polonia, Petrović decise di tornare a Zagabria in automobile. Dražen Petrović non arrivò mai a destinazione. Un incidente stradale ce lo strappò via. Non avremmo più visto quel numero 3 correre su e giù per il campo, infilare le triple e festeggiare felice per il risultato positivo dei suoi Nets. Il loro risultato, il suo risultato. La sua determinazione, la sua vita a spicchi. La sua passione per il Gioco.

Daniele Errera

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