3 luglio, quando il grande Tosatti azzeccò l’analisi, ma sbagliò il risultato: Napoli dilaniata

Il 3 luglio 1990 la città di Napoli si spaccò a metà: l'amore per l'amante, Maradona, o l'amore per la famiglia, l'Italia. Una storia di società dentro una partita di pallone

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In nessuna città del mondo si è mai giocata una partita tanto lacerante. Napoli è una donna divisa tra l’amore per il proprio uomo e la lealtà verso la famiglia, l’orgoglio d’appartenervi. Il richiamo del sangue e quello del cuore. Quale che sia la sua scelta, le resterà il rimorso di aver commesso un tradimento. Prevarranno i vincoli più antichi com’è tradizione nei romanzi rosa: l’eroina piangente dirà addio al suo amato, per non disobbedire a papà. Tanto, tra due mesi saranno di nuovo insieme. Per Maradona, in fondo, è l’incontro della vita. Dopo un lungo dominio il re del calcio rischia di essere spodestato proprio nella sua città, nella sua reggia, davanti alla sua corte. In una sera può perdere tutto: la corona e quella cieca fede nei suoi prodigi che i tifosi napoletani hanno in lui. Si batterà come un leone. Shakespeare, se si fosse occupato un po’ più di calcio, benedetto uomo, avrebbe tirato fuori qualcosa da una storia così. C’è mai stato un modo migliore per passare la serata”.

Quello era davvero il Mondiale azzurro. Era in casa: dopo 56 anni toccava nuovamente al Belpaese ospitarlo. Era il momento migliore per i club italiani: il Milan aveva vinto la Coppa Campioni, la Sampdoria la Coppa delle Coppe e la Juventus aveva battuto la Fiorentina in finale di Coppa UEFA. Il Napoli era campione d’Italia. Un grande equilibrio, ma al tempo si potevano avere solo tre stranieri in squadra. E così la colonna portante non poteva che essere per lo meno parzialmente nostrana. Sentite che giocatori convocati per la Coppa del Mondo: Zenga in porta. Dietro vi erano capitan Bergomi, Franchino Baresi, il giovane Maldini, Ferri, Costacurta, Ferrara e lo Zar Vierchowood. A centrocampo Giannini, Donadoni, Ancelotti, Berti. Davanti Vialli, Baggio, Mancini, Schillaci e Serena. Fortissimi. I più forti.

Durante la competizione, l’Italia produce tanto, ma segna sul tabellino pochi goal. E’ la paura principale del C.T. Vicini: non segnare. Vinciamo, ma non convinciamo con grandi goleade. Per altro l’Olimpico è una bella tana dove giocare. Il pubblico spinge gli Azzurri come poche volte si è visto in Italia. Si procede diritti e continui verso l’atto conclusivo, ma in semifinale ci si deve scontrare contro l’Argentina di Diego Armando Maradona. A parte un paio di elementi e il più forte giocatore del mondo, la Seleccion è poca roba. Ma la partita va giocata al confine fra Italia e Argentina: Napoli.

In quei primissimi giorni di luglio del 1990 Napoli era una città spaccata in due: per chi tifare? L’Italia era la patria certo, ma una patria spesso ostile, per certi aspetti, vagamente ‘razzista’ nei confronti della specifica diversità partenopea. Dall’altra parte c’era Maradona, da sei anni re indiscusso dalle parti del Vesuvio e dintorni. Diciamo la verità: la sera di quel 3 luglio 1990 al “San Paolo” di Napoli si tifò Argentina. Se non smaccatamente con la voce, con la mimica, certamente lo si fece con il cuore. La ragione diceva Italia, il cuore Argentina. Il corazòn dei napoletani batteva per Maradona, punto. Non era minimamente contemplato l’esercizio del tifo contro di lui: Ferlaino, tempo dopo, avrebbe raccontato di aver tifato l’Albiceleste. Con la tranquillità nel cuore. Estremamente comprensibile, tutt’altro che deprecabile, considerata la passione e il trasporto con cui la città aveva vissuto gli anni d’oro sotto l’ala protettrice del Pibe. Gli argentini, Maradona a parte, nettamente inferiori tecnicamente, trassero da tutto ciò necessaria linfa vitale per un’impresa all’apparenza improbabile. Sulla carta giocavano fuori casa, ma sapevano che non era esattamente così. Gli azzurri, per loro conto, trovarono un ambiente non spudoratamente ostile, ma comunque ambiguo, rarefatto, ondivago. Il calore di Roma era un’altra cosa e staccarsi dall’“Olimpico” pesò non poco. Maradona, per suo conto, fuori da Napoli oltraggiato e linciato ovunque nel mese del Mondiale, proprio perché indissolubilmente identificato con una napoletanità resa da lui vincente e quindi ancor più detestata, arringò la piazza con carichi da novanta del tipo: “Fuori di qui mi insultano perché sono uno di voi, beh dimostratemelo!”. Come sottolineato, il sentimento dei napoletani rispose presente all’appello”.

La partita sarebbe stata ricordata come dura, durissima. “Si correva su ogni singolo pallone”, avrebbe ricordato il c.t. argentino Bilardo. Al 17esimo fu l’Italia ad andare in vantaggio, grazie ad un rocambolesco goal di Schillaci, dopo una pregevole combinazione Giannini-Vialli. “Ma che culo che c’hai, Totò”, urlava il Principe alle spalle del bomber siciliano. Aveva colpito male la sfera, ma si era fatto trovare al posto giusto nel momento giusto.

La porta di Zenga era inviolata dall’inizio del torneo, un record, ma al 23esimo della ripresa, “quando sembrava oramai profilarsi l’ennesimo, ineluttabile 1-0 all’italiana, Maradona servì Olarticoechea sulla corsia mancina, traversone di destro al centro e colpo di testa in rete di Caniggia, scaltro e astuto nell’anticipo su un Walter Zenga non impeccabile (eufemismo) nell’uscita. Fu l’unico importante errore di un Mondiale altrimenti perfetto per il portierone nerazzurro, ma pesò come un macigno. La segnatura del biondo argentino costrinse alle fatiche dei supplementari. Nel corso dell’extra-time, l’unico sussulto fu rappresentato da una punizione di Roby Baggio, su cui fu strepitoso l’estremo difensore sudamericano Goicoechea, bravissimo nel togliere la palla da sotto la traversa. Rigori: per l’Italia fu l’inizio di una maledizione durata la bellezza di dieci anni e tre potenziali titoli iridati gettati al macero”. Ai rigori l’Argentina si impose, grazie agli errori azzurri di Donadoni e Serena. Argentina in finale, Italia a lottare per un terzo posto.

Maradona tornò a Roma, così. Sommerso dagli ingloriosi fischi del pubblico dell’Olimpico, durante l’inno nazionale. “Hijos de puta”, si lasciò uscire dalla bocca, il Pibe de Oro. Non si erano mai viste due cose del genere. Bilardo era esterrefatto. Per la cronaca fu un 1-0 teutonico. Rigore glaciale di Brehme e Matthaus sollevò la Coppa del Mondo, mentre le telecamere inquadravano Maradona in lacrime. Per l’Italia, in fondo, fu una vittoria. Sconfiggendo per 2-1 l’Inghilterra fu uno strameritato bronzo. Ma la scena finale fu quella decisiva: giocatori italiani e inglesi per la prima volta vicini dopo la tragedia dell’Heysel. Tutti abbracciati e festanti. Voglia e volontà di andare oltre le tragedie del passato, per superare la violenza negli stadi. Storie…

 

 

Alcuni pezzi del racconto sono tratti da Errera-Fox, 2015, Kimerik Edizioni, “Le 50+1 Partite che hanno cambiato la storia”

Daniele Errera

 

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