Road To Greatness: Lo show di Allen Iverson in casa Lakers

Kobe e Shaq in un'ascesa al titolo perfetta, se non per qualcuno in quel di Philapdelphia, che osò sfidare i giganti di Los Angeles.

0
614

Una vecchia storia, Davide contro Golia. Una storia che fa parte del bagaglio culturale di tutti, ormai. Golia, un gigante, un guerriero Filisteo capace di incutere tanto timore nei suoi avversari Israeliti da dover aspettare 40 giorni per trovare qualcuno che avesse il coraggio di sfidarlo. Quel qualcuno fu Davide, con la sua fionda, e il resto è storia. Ma qui si parla di basket, di NBA, e Golia sono i Lakers del three-peat, quelli di Kobe e Shaq, in panchina Phil Jakcson, i quaranta giorni sono i Playoff del 2001, nessuna sconfitta, solo vittorie per loro. E Davide è Allen Iverson, Philadelphia Sixers. E questa è la storia dell’indimenticabile Gara 1 di quelle Finals.

Quell’anno i Lakers erano i favoriti, da subito. D’altra parte, raramente in NBA si è vista una squadra del genere, e indiscutibilmente si colloca tra le migliori della storia di questo sport. Philadelphia, invece, era una squadra buona, ma non altrettanto memorabile. Di certo non la favorita. Eppure, quel ragazzino del ghetto, treccine e collane d’oro, 183 cm, non era il tipo da passare inosservato. Soprannominato The Answer, Iverson verrà poi eletto MVP di quell’anno, ricoprendo il ruolo di playmaker e guardia tiratrice.

Quella sera girava una certa euforia per lo Staples Center; la squadra di casa era reduce da una striscia di 19 vittorie consecutive, impensabile che qualcosa potesse fermarli. Non loro, e non nella casa gialloviola. Iverson è piccolo, un ragazzino a confronto di quel gigante di Shaquille O’Neil, piccolo anche tra i suoi compagni di squadra. Ma a guardarlo te ne dimentichi. Già nel prepartita, il suo sguardo, le sue movenze, tutto di lui racconta di qualcuno che è ben aldilà della preoccupazione di non essere abbastanza alto e grosso. Il suo sguardo è fiero, sfida con gli occhi chiunque lo guardi, sta tra i suoi compagni e sembra un lupo che prepara il suo branco. In una notte del genere, Allen Iverson è inarrestabile.

Nella prima notte delle Finals del 2001 contro la migliore squadra della lega, Iverson mette a referto 6 assist, 5 recuperi, 48 punti. La partita, che doveva essere una passeggiata verso il trofeo per LA, arriva all’overtime. Dei 48 punti segnati da Iverson, 7 arrivarono di fila nei primi due minuti di overtime. Qui The Answer decide però di lasciare, a 50 secondi circa dalla fine della gara, una firma, un segno che si è indelebilmente legato alla sua figura, perché lo rappresenta, perché coglie in toto l’essenza di quel ragazzaccio prestato alla palla a spicchi; il mal capitato di turno è Tyronn Lue (lo rivedremo poi come coach dei Cavs), parte lesa della furia omicida della stella dei 76ers, costretto a sorbire il famoso crossover di Iverson, con tiro a canestro, ma che, perso l’equilibro e caduto a terra, si vedrà letteralmente scavalcato, in un gesto che ormai è leggenda.

107-101 per Philadelphia, Gara 1 è vinta dagli sfavoriti. Non sarà questo a ribaltare le sorti della finale, non sarà questo a portare il titolo a Philadelphia. Perché i Lakers di quegli anni sono tra le migliori squadre della storia di questo sport, e perché, contro questa verità, buona volontà e grinta spesso non bastano. Eppure, quell’unica vittoria, quell’unica macchia, che sancì il 4-1, fu la punta di diamante della consacrazione di Iverson ad icona del basket e, in quanto tale, resta un’impresa che vale più di quel titolo mancato.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here