Ma perché gli allenatori alla Roma non durano?

C'è una specie di data di scadenza su ogni allenatore che si è seduto sulla panchina giallorossa

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Nella grande storia di Roma ci sono stati all’incirca 85 imperatori (se escludiamo Francesco Totti), molti dei quali assassinati da figli, mogli, alleati o nemici politici oppure passati a miglior vita dopo un suicidio.

Se volessimo quindi partire da questo punto, potremmo dire che Roma non sia facile da gestire. Non lo è stato per la Dinastia Giulio Claudia, non lo è neanche per quella Pallottiana.

Da quando, nel 2011, gli “americani”, Thomas Di Benedetto prima e James Pallotta poi, hanno raggiunto il potere della società capitolina, si sono susseguiti ben 8 allenatori. Praticamente uno all’anno, o anche meno. Quello che appare evidente è che, come nel tempo dell’impero, gestire Roma è cosa alquanto complicata. Lo sa bene il primo della lista, quel Luis Enrique che al termine della stagione 2011-2012, dopo essere arrivato alla Magica su consiglio di Pep Guardiola, salutò tutti in preda a una crisi di nervi, con il rimpianto di aver fallito la stagione.

Al suo posto, l’anno seguente, venne chiamato il maestro che avrebbe dovuto rispolverare i fasti di Roma. Zdenek Zeman durò una ventina di partite, per poi essere esonerato mestamente dopo un buon inizio e finale tragico della sua ultima esperienza in Serie A, in seguito alla sconfitta interna contro il Cagliari (“Tu quoque Goigochea fili me“).

Tradito dal calamitoso portiere che aveva voluto fortemente e dai giocatori più rappresentativi, come Daniele De Rossi che mai sopportò il suo ridimensionamento, Zeman venne sostituito da Aurelio Andreazzoli, che riuscì a portare la squadra al sesto posto, ma anche a perdere la storica finale di Coppa Italia nel derby con la Lazio.

La stagione successiva inizia con l’arrivo nella capitale di Rudi Garcia, l’allenatore che aveva portato il Lille alla vittoria di uno storico Hexagon. Dopo le 10 vittorie di fila nelle prime 10 partite di campionato, pian piano la squadra cala. Un buon secondo posto nella prima stagione, con la vittoria del derby (“Dobbiamo riportare la chiesa al centro del villaggio“) sono il preludio per un secondo anno non abbastanza soddisfacente e un inizio del terzo tragico. La squadra si qualifica per gli ottavi di Champions ma il rapporto tra Garcia e la tifoseria è quasi completamente deteriorato. Una squadra in evidente stato confusionale (questa è per molti la grande colpa di Garcia) venne affidata a una vecchia conoscenza della Roma giallorossa. Dopo 6 anni Luciano Spalletti tornò a guidare la Magica, migliorandone i risultati e le prestazioni e portando la squadra a un insperato terzo posto. Si potrebbe pensare all’inizio di un lungo idillio, ma succede esattamente l’opposto.

Spalletti riesce a litigare con chiunque: giornalisti, tifosi e soprattutto con il giocatore che nel suo primo interregno aveva più tratto giovamento dal calcio messo in campo dall’allenatore. Il rapporto tra Totti e Spalletti va completamente a gambe all’aria. Il capitano vuole giocare di più, ma il mister non lo vede. O almeno fa finta di non vederlo, non ritenendolo più in grado di giocare ad alti livelli. Ad aprile, il numero 10 salva la Roma con una geniale doppietta in pochi minuti contro il Torino. Due mesi prima invece, il 21 febbraio, è protagonista di una meno geniale intervista al Tg1 che fa uscire fuori di testa l’allenatore. Totti viene messo fuori rosa e lascia Trigoria (Er Pupone parlerà di cacciata, Spalletti negherà questa versione). Prima di raggiungere la qualificazione diretta Champions League con il secondo posto strappato al Napoli, Spalletti trova il tempo per litigare anche Ilary Blasi che, seguendo le orme del marito, rilascia dichiarazioni poco sagge contro l’allenatore toscano. Il divorzio a fine stagione è inevitabile. Anche perché Spalletti è odiato dalla piazza, nonostante i numeri siano dalla sua parte.

L’allenatore di Certaldo va all’Inter e al suo posto arriva Eusebio Di Francesco. È definito un romanista e dopo le ottime stagioni al Sassuolo, questa è la sua grande occasione. Nonostante la cessione di Salah, mai realmente sostituito, l’occhialuto studente di Zeman fa una buona stagione in campionato e in Europa regala ai suoi tifosi quella che è stata la più grande impresa continentale della storia giallorossa (escludendo la finale del 1984). Passa un girone di ferro, eliminando l’Atletico Madrid  e finendo davanti ai campioni d’Inghilterra del Chelsea. Ai quarti di finale perde 5-2 al Camp Nou, ma all’Olimpico i suoi ragazzi ne rifilano 3 al Barcellona, arrivando a giocarsi una semifinale di Champions League dopo oltre trent’anni persa contro il Liverpool di Klopp solo per una serie di sfortunati eventi.

Balsamo per l’anima giallorossa:

La stagione quindi termina senza titoli ma con rinnovato ottimismo per il futuro. La scorsa estate, però, la società decide per un  ricambio di uomini. Dzeko resta, nonostante le offerte, ma vanno via Strootman, Nainggolan e Allison. Entrano in rosa, invece, tante facce nuove. Dei giovani terribili come Zaniolo, Kluivert e altri acquisti non propriamente azzeccati (non stiamo parlando di Javier Pastore, ma Javier Pastore potrebbe essere un ottimo esempio). In campionato i giallorossi non hanno un grande rullino di marcia, ma in Champions League arriva da qualificazione agli ottavi, dietro il Real Madrid.
La Roma in questa stagione mostra cali di tensione e carenze caratteriali, condizioni tipiche di una squadra rinnovata e formata da diversi giovani. Queste però non vengono ritenute delle attenuanti valide dalla dirigenza che mette Di Francesco in discussione. Anche la piazza critica l’allenatore pescarese, sebbene resti comunque abbastanza vicina ad Eusebio. Il problema per i giallorossi è che arriva il 2019.

L’eliminazione dalla Coppa Italia con la pesantissima scoppola di Firenze (7-1) e la sconfitta nel derby per 3-0, pongono l’allenatore sulla graticola, costretto a giocarsi il proprio futuro con il ritorno di Champions con il Porto. Da qui è cronaca di queste ore.

Sembra evidente che, negli anni della dinastia americana, gli allenatori portino, nascosta da qualche parte, una specie di data di scadenza. Poco prima della fine del secondo anno, infatti, diventano da cambiare. E se ciò non accade, l’ambiente rigetta il mister come un corpo esterno. Il fatto che la tifoseria giallorossa abbia poca pazienza è un ritornello che sentiamo ripetere spesso ma, nel caso DiFra, non è questa la causa dell’addio. Con Garcia e (soprattutto) Spalletti furono i tifosi a spingere per un cambio, non che l’allenatore toscano volesse restare. Mentre per Zeman furono i risultati a condannare il tecnico (di Luis Enrique non diciamo nulla, pover’uomo).

Con Eusebio Di Francesco, invece, la società è andata contro anche parte del sentimento popolare, che spingeva per dare un’altra chance al mister, probabilmente anche dopo l’ondata emotiva del match di Oporto.

In questa situazione, Pallotta, o chi per esso, ha smentito la linea intrapresa dalla stessa società, addossando le colpe all’allenatore che, come spesso accade, è il primo a pagare le conseguenze. Ma non è il solo. Anche il direttore sportivo Monchi ha lasciato l’incarico. E forse è questa la prova di un cambiamento nella visione della Roma. L’idea di creare una società giovane stile Siviglia non è stata accettata. Non possiamo dire se per mancanza di pazienza o per maggiori ambizioni, ma è chiaro che il metodo Monchi non abbia atticchito nella capitale. E tanti saluti anche a Di Francesco.

A portare avanti l’impero è stato chiamato Claudio Ranieri. Romano e romanista, ha già allenato i giallorossi, durando circa una stagione e mezzo (la data di scadenza di cui sopra funzionava anche prima, probabilmente). La curiosità sarà capire se Tinkerman riuscirà a risollevare le sorti della squadra e chi sarà a dargli il ben servito a fine stagione (o poco più).

Luigi Vincenzo Repola

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