Andrea Agnelli e il cammino di Santiago

Con l'arrivo di Maurizio Sarri sulla panchina della Juventus, Andrea Agnelli ha portato a Torino uno degli ultimi avversari pericolosi trovati sulla sua strada. Come Bernabéu insegna

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Quando si pensa ai presidenti delle grandi squadre europee capaci di vincere ogni cosa ripetutamente nella storia del calcio, il riferimento immediato va a due personaggi.

I PRESIDENTI PIU’ VINCENTI: BERLUSCONI-BERNABEU

Il primo è troppo centrale nella storia del nostro Paese e relegarlo semplicemente al calcio non è possibile. Silvio Berlusconi è indiscutibilmente uno dei presidenti più vincenti di sempre. L’altro è appaiato a lui, avendo vinto 29 trofei durante la propria reggenza, è il fratello di Antonio, uno dei fondatori del Bologna, e fu un ex giocatore, attaccante e capitano del Real Madrid: parliamo di Santiago Bernabéu.

Leggenda vuole che l’uomo che per 35 anni è stato alla guida delle merengues fosse un presidente che spesso e volentieri, quando trovava qualche giocatore nella squadra avversaria alla sua che aveva dato spettacolo, non tentennasse molto prima di entrare nello spogliatoio degli altri con un mucchio di pesetas, un assegno in bianco e l’offerta di giocare nella squadra più forte del mondo. (Sky Sport). Ed è così che a cavallo degli anni 50 sono arrivati campioni come Kopa, Puskas, Di Stefano e cinque Coppe dei Campioni in fila (praticamente tutte quelle vinte da Juve e Inter insieme).

ANDREA AGNELLI

Lo strapotere sportivo proveniva inevitabilmente (perché anche negli anni ’50 le messe non si cantavano senza i soldi) da quello economico. Ed è in questo modo che Bernabéu è diventato il presidente più vincente della storia del calcio, un’icona, il nome di uno stadio. Chi pare che voglia seguire quella strada, con risultati ottimi in patria, meno all’estero, è Andrea Agnelli.

Il rampollo della famiglia italiana dell’auto è da dieci anni alla guida della Juventus. Partito con il piede sbagliato, ha iniziato a vincere con l’arrivo in panchina di Antonio Conte e non si è più fermato.

Conte porta i primi tre scudetti della nuova era, Allegri ha stabilizzato i bianconeri nell’Europa Bene, quella che fa le finali di Champions, e ora tocca a Maurizio Sarri.

Il Comandante, l’uomo in tuta venuto dal pueblo. L’unico in grado di mettere in dubbio lo strapotere bianconero negli ultimi quattro anni. Ci era riuscito nel suo primo anno a Fuorigrotta, con in attacco il goleador per stagione più prolifico nella storia della Serie A, Gonzalo Higuaìn, finito anche lui a Torino, dove ha vinto due scudetti e ha perso una finale di Champions. Ancor di più l’ultimo anno a Napoli, con lo scudetto perso tra le un’inalata di Chesterfield rosse e una bestemmia tirata davanti a una tv in un albergo di Firenze.

Prima di Sarri, la Roma di Garcìa, nella prima stagione dell’allenatore francese, aveva preoccupato la Juventus, che poi si era regalata l’ennesimo titolo. E proprio da quella Roma che sembrava pian piano ridurre il gap, Agnelli & co. vanno a prendersi il cervello della squadra, il nervo e il pensiero, Miralem Pjanic.

Una lauta depredazione del nemico che ci fa tornare indietro fino al 2011. L’ultima squadra a far incidere il proprio nome sull’albo d’oro nazionale è il Milan di Ibrahimovic e Cassano, che l’anno dopo perderà lo scudetto, facendosi rimontare dalla prima Juventus dell’era Conte. Nella partita decisiva tra le due squadre, una rete di Muntari per i rossoneri non viene convalidato, tra polemiche, accuse e prese in giro che vanno avanti ancora oggi (sul gol immaginario del Cesena soprassediamo per pietà). L’allenatore di quel Milan era Massimiliano Allegri, che verrà cacciato da Berlusconi dopo una sconfitta con il Sassuolo, pochi mesi dopo il mister sarà a Vinovo e in cinque anni vincerà ogni titolo nazionale, più volte.

E allora la connessione mentale, quel collegamento tra fatti e comportamenti di persone diverse in tempi diversi si attiva, mettendo vicini l’uomo che ha dato il via alla Coppa dei Campioni e il presidente che la brama maggiormente.

BERNABEU E AGNELLI A CONFRONTO

Come Bernabéu, anche Agnelli, nel momento in cui ha visto qualcuno mettere in discussione il potere, la vittoria, è entrato figurativamente nello spogliatoio altrui, lasciando tanto denaro per portarsi via la stella, che fosse un allenatore emigrato, il centrocampista bosniaco, la punta emotiva o il più forte di tutti (o uno dei due). Perché Cristiano Ronaldo alla Juventus, sogno diventato realtà nella scorsa campagna estiva, è un trasferimento che è nato la notte del 3 aprile 2018, quando CR7 salta nell’aria dei bianconeri e mette dentro un gol in rovesciata che fa alzare in piedi tutto lo Stadium, in un applauso collettivo, più simile alla chiusura in crescendo di una meravigliosa opera teatrale.

Pare che quando si possa aprire uno spiraglio, una stradina, Andrea Agnelli, nella ricerca del tassello per avvicinarsi a quella coppa dalle grandi orecchie, voglia portare nella Torino bianconera qualsiasi giocatore (o allenatore) capace di farlo preoccupare oppure, meglio ancora, capace di batterlo.

Se Santiago Bernabéu ha visto alzare sei coppe campioni negli anni del suo regno, ben 35, Andrea Agneli ha ancora uno zero su quella casella, dopo 10 anni di presidenza. Tempi diversi, ovvio, ma il fatto che l’ultimo erede della potente casata ovina, alla ricerca della Champions, stia provando a seguire le orme del presidente che ha legato la sua storia alla coppa europea, è un divertente (per noi) e logorante (per lui, per ora) paradosso.

Luigi Repola

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