Di re e di ribelli, da Carlo a Rino

L'esonero di Carlo Ancelotti sancisce il fallimento di una filosofia ancor prima che di un progetto tecnico

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Il bavero del cappotto alzato, un saluto che sa di addio e poi la solitudine nel tunnel del San Paolo.
L’ultima immagine di Carlo Ancelotti a Napoli potrebbe quasi sembrare da film, di quelli romantici e strappalacrime, ma senza un lieto fine ad attendere.
Perché tutte le storie d’amore che si rispettino vivono di pathos, di emozioni, percorrendo sentieri tortuosi ed a tratti inaccessibili ma che, in conclusione, portano sempre al “vissero felici e contenti”.

È un uomo solo, Re Carlo, e forse lo è stato sin dall’inizio della sua avventura a Napoli nel paradosso di una città che ti abbraccia, ti stritola, ti divora con il suo affetto ma che alla fine il più delle volte ti abbandona.
Come spesso accade in queste situazioni cercare un colpevole unico è impossibile oltre che controproducente. Ancelotti ha di certo commesso i suoi errori, ma società e giocatori non possono essere esentati dal processo che ha mietuto la testa dell’allenatore.

L’impressione, sin dall’inizio, è stata che Ancelotti avesse accettato l’incarico con l’entusiasmo di un uomo determinato a rimettersi in gioco. Di un tecnico pronto a reinventarsi e riscoprirsi e, contemporaneamente, a lasciare che una città intera si riscoprisse vincente, forte del passato del proprio allenatore.
Ma Napoli non è la piazza dei vincenti, lo aveva scoperto Benitez e ad Ancelotti è toccato ribadirlo. Napoli non è la piazza di coloro che vogliono affermare una volta di più la propria caratura internazionale.
Napoli è città di rivalsa, è città di chi vuole uscire dalla sordina o di chi vuole dimostrare a tutti di poter essere meglio dell’opinione comune.
Napoli vive per lottare, non per vincere. Vive dell’attesa spasmodica del sogno ma non della sua realizzazione.

Con “Re Carlo” c’è stata infatuazione, forse anche amore per qualche raro e sfuggevole momento, ma mai travolgente passione. L’impressione è che la piazza non lo abbia mai adottato com’era accaduto invece in passato ad altri “cavalieri di ventura” transitati per il golfo. L’impressione è che Napoli lo abbia venerato, che lo abbia assurto a condottiero ma non a salvatore.

E sembra quasi di ripercorrere la storia antica se si pensa che alla “cacciata del re” è seguita la salita al trono del più “umile” dei suoi successori.
Il passaggio del testimone da Carlo Ancelotti a Gennaro Gattuso è romantico quanto significativo.
E’ morto il re, viva il re!” si potrebbe pensare, ma non è così.
Il re è colui che è andato via, non colui che arriva. L’era di “Re Carlo” è finita, ha portato via con sé la monarchia ed i suoi regi proclami.

Adesso è il momento di essere duri e cattivi. È il momento di sporcarsi le mani e ricostruire le macerie seguendo un salvatore che non è condottiero.
È questo ciò che Rino deve rappresentare a Napoli. Lui deve essere il popolo, non condurlo, deve essere il Masaniello che aizza le masse, che porta alla ribalta una città.
Napoli non è fatta per vincere e forse mai lo sarà. È fatta per ribellarsi ai re, per quanto buoni essi siano.

Da Re Carlo a Rino, “solo” Rino.

Giulio Boccadifuoco

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