Granata: quei brutti, sporchi e cattivi del Torino

Come Walter Mazzarri ha cambiato il Torino e anche sé stesso

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Dopo un brutto pareggio in casa con il Verona, terminava l’esperienza di Walter Mazzarri alla guida dell’Inter. L’allenatore ex Napoli aveva chiuso il suo lavoro a Milano con una strana dichiarazione sul meteo, colpevole di aver bloccato il gioco della sua squadra.

Ancora oggi paga pegno con meme su Facebook e Instagram

Mazzarri viene esonerato e passa un bel po’ lontano dai campi, rifiutando alcune offerte prima di accettare quella dei Pozzo per il Watford, la succursale di famiglia in Premier League. In terra inglese, l’allenatore toscano porta a casa i risultati, salutando tutti dopo un anno e mezzo.

Poi nulla di nuovo fino al gennaio 2018. Ad inizio anno, Mazzarri sposa la proposta di Urbano Cairo, guidando il Torino nel girone di ritorno ad un onesto decimo posto. Sostituisce Mihajlovic che, dopo un primo anno decente, declina nella prima metà della seconda stagione.

Se nell’annata precedente i granata sono ancora figli del coach serbo, in questa Mazzarri può lavorare dall’inizio, modificando la pelle del Toro, rendendola più incline al suo calcio. La squadra chiude il girone di andata al 9o posto con 27 punti, staccata due lunghezze dalla Sampdoria settima in classifica (ultimo piazzamento utile per l’Europa).

Quello che sta avvenendo nel girone di ritorno, invece, potrebbe essere ricordato come uno dei migliori lavori dell’allenatore toscano in Serie A. Oltre agli ottimi anni a Napoli, anche qui arrivato in corsa dopo 7 giornate, sostituendo Donadoni, tutti ricordano il miracolo con la Reggina, una salvezza conquistata nonostante i 15 punti di penalizzazione. Il Torino in quindici partite del girone di ritorno ha totalizzato la bellezza di 29 punti, che la rendono la squadra con il miglior rendimento dal giro di boa, dietro solo alla Juventus e all’Atalanta. Sicuramente il rallentamento delle grandi, Inter, Milan, Lazio e Roma, ha favorito la risalita del Toro verso l’Europa, ma c’è di più.

Walter Mazzarri, nonostante quello che si dica, ha modificato il suo classico 3-5-2, plasmandolo sugli uomini a disposizione. Guardando quella che è stata forse la migliore espressione del calcio mazzarriano, il Napoli del trio Hamsik-Lavezzi-Cavani, si nota come la squadra difendesse molto bassa dietro la linea della palla.

Un’idea di gioco più conservatrice, che puntava soprattutto a sfruttare, una volta recuperata palla, la rapidità e l’estro del reparto offensivo (ricordiamo bene che Cavani in quegli anni sembrava unto dal signore).

In questa versione 2018-2019 del calcio di Mazzarri, invece, la pressione sull’avversario è una delle caratteristiche predominanti della squadra. Il Torino sfrutta le capacità di forza e velocità degli interni di centrocampo, Meïté, Rincon, Baselli, con quest’ultimo che dei tre è l’uomo prescelto per offendere maggiormente e che, grazie a questa compito coast-to-coast affidatogli dal mister, sta vivendo la sua migliore stagione all’ombra della Mole.

L’ha fatto brutto.

Ad affiancare Andrea Belotti, attualmente c’è Alex Berenguer. L’esterno spagnolo ha saputo sfruttare al meglio le defezioni di Simone Zaza e Iago Falque, diventando insostituibile nel gioco dei granata.

Mentre a Napoli, il solo Christian Maggio era l’esterno con “licenza di uccidere”, il Torino sfrutta al massimo le sortite offensive di Lorenzo De Silvestri e Cristian Ansaldi e del loro sostituto naturale, Ola Aina. Rispetto agli anni in azzurro, i laterali di Mazzarri giocano molto più alti, diventando delle vere e proprie ali quando il Toro gioca palla. Questo nuovo modus operandi dell’allenatore toscano sta sicuramente giovando ad Ansaldi, tornato ai livelli di Genoa e anche di silvestri, nonostante i guai fisici, sta tornando alla ribalta.

La fase difensiva si alza notevolmente, grazie anche giocatori come Armando Izzo e Nicolas N’Kolou, a loro agio nell’aggredire gli attaccanti piuttosto che aspettarli. I difensori del Torino accettano l’uno contro uno con gli avversari in maniera quasi sistemistica, ed è forse questa una delle grandi differenze con il Mazzarri del Vesuvio. L’uomo del trio arretrato che ha avuto i maggiori vantaggi dalla pennellata più decisa messa su tela dall’allenatore toscano è Armando Izzo. Il difensore napoletano quest’anno sta giocando ad altissimi livelli, meritandosi ampiamente la Nazionale e l’interesse delle big alle quali sta contendendo un posto nell’Europa che conta (oltre a diventare “calciatore del mese” di marzo).

I granata sono una squadra fisica, difficile da affrontare, che sfrutta spesso e volentieri la superiorità in termini di centimetri per rendere sporco il gioco degli avversari. Un lavoro che sviluppa un’alta quantità di palloni recuperati in territorio straniero, necessari per poter attaccare immediatamente lo spazio. In un’idea di gioco del genere, avere un centravanti da battaglia come Andrea Belotti può fare la differenza. In questo girone di ritorno le cose stanno funzionando in maniera quasi perfetta. Il Gallo segna con continuità e avrebbe collezionato qualche rete in più se non fosse stato fermato da guai fisici.

Questo Torino dell’era Mazzarri è brutto, sporco e cattivo. Utilizza al massimo la capacità naturale dei suoi interpreti di spezzare la linea del gioco avversario, attraverso partite improntate sulla lotta e sulla velocità dei capovolgimenti di fronte.
Il grande merito che va dato a Walter Mazzarri è quello di aver modificato il suo stile di gioco, passando ad un’idea ancor più aggressiva simile, in certi versi, a quella dell’ Atalanta di Gasperini.

Non sappiamo ancora se per il Toro sarà Europa, ma possiamo affermare che arrivare a giocarsi l’ultimo posto utile per la Champions a quattro giornate dalla fine del campionato è già un mezzo successo.

Luigi Repola

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