Boston Celtics: la squadra ha fatto progressi?

I Boston Celtics mandano in doppia cifra 7 giocatori per la seconda volta in 2 gare e sbaragliano i Pacers. Per la squadra biancoverde sono miglioramenti concreti o casualità?

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Solo poche ore fa si è conclusa la partita tra gli Indiana Pacers (27W – 14L, dopo il match) e i Boston Celtics (25W – 15L), vinta da questi ultimi con il punteggio 108 – 135.

Anche se per coach Nate McMillan mancava una figura di riferimento come Miles Turner, non solo in grado di dare una dimensione in più all’attacco, ma anche di difendere il pitturato con una verticalità e agilità di un certo livello, in Massachusetts si parla di vittoria significativa.

Il perché di questo sentimento risiede prima di tutto nel fatto che i Pacers – nonostante qualche problema offensivo e di profondità del roster – siano oggettivamente una squadra solida e ben allenata, stabilmente nei primi posti per DefRat (105.2, terza nella Lega in questo momento) e che meritatamente occupa il terzo posto ad Est.

LA SQUADRA NELL’ULTIMO PERIODO

In secondo luogo, nella seconda metà del mese dicembre e in queste prime settimane di gennaio, dopo una partenza che aveva deluso le attese, il gioco espresso in campo dai Celtics sta cominciando ad avere una forma e, di conseguenza, una sua replicabilità.

Per chi non mastica tecnicismi, queste parole possono sembrare tanto vaghe quanto prive di senso, ma hanno dei veri risvolti pratici. Nella pallacanestro, forse più che in altri sport, segnando così tanti punti e giocando così tanti possessi, avere un gioco replicabile – che non significa necessariamente monotono – è sinonimo fortissimo di sicurezza, identità e quindi efficacia. Significa poterti affidare ad una motion, ad un set offensivo, a un movimento o ad un tempismo, ad un’idea o ad un modo di fare difensivo, in grado di generare effetti positivi con una più che discreta probabilità di successo.

Se pensiamo ad una partita NBA, è facile accorgersi come in 48 minuti vi siano decine e decine di momenti decisivi, di momenti in cui “c’è bisogno di un canestro”, non necessariamente al termine di una gara, non necessariamente frutto del genio della star di turno. È proprio lì, in quelle situazioni, che poterti affidare a qualcosa, fa tutta la differenza del mondo.

Ovviamente, non sto dicendo i Celtics abbiano trovato la quadra di tutto né che abbiano raggiunto un livello soddisfacente. In questo stesso periodo, infatti, c’è stato più di qualche scivolone – come dimenticarsi la sconfitta contro Phoenix? – e nessuna vittoria contro squadre pseudo-contender fatta eccezione di Philadelphia nel giorno di Natale. Ma se prima il gruppo trifogliato sembrava un po’ un’accozzaglia di talento senza ruoli ben precisi, con poca chimica e piuttosto spaesata, adesso sembra aver conquistato una parvenza di stabilità.

 

E questo è sicuramente un successo. Piccolo, timido, ma un successo. Soprattutto considerato il fatto che non era scontato, né garantito.

I NUMERI

Nei primi due mesi di regular season i Celtics segnavano in media 106,5 punti a partita, contro i 118,6 di dicembre/gennaio. Tiravano dal campo con un complessivo 43,7% galleggiando tra le peggiori squadre della Lega, oggi con quasi il 50%. Da 3 registrarono il 35%, mentre adesso viaggiano con il 39,5%. Tutto questo riassunto in un miglioramento dell’OffRat di circa 12 punti, passato dalla media tra ottobre e novembre di 105,1 a quella di dicembre e gennaio di 117. Insomma, non proprio spiccioli.

Rozier, Brown e Horford, non a caso, stanno tutti mettendo a referto numeri migliori rispetto ai primi mesi. Il loro gioco sembra più fluido, il loro contributo un po’ più concreto. Anche Gordon Hayward sembra migliorare, anche se la sua situazione meriterebbe analisi decisamente più profonde. La speranza è che al prossimo appuntamento saremo qui a parlare, in positivo, proprio di lui.

In questo gennaio 2019 il cantiere di Brad Stevens che tanto ha fatto discutere e amereggiare è quindi ancora tutto aperto, ma tra la polvere e i ponteggi si intravedono delle fondamenta. Le prossime settimane prima dell’ASG saranno altrettanto importanti per capire se è tutto questo è davvero un segnale o solo una casualità.

JAYSON TATUM E IL NON-PROBLEMA DEI LONG 2s

Era novembre quando per la prima volta, in un reportage di un famoso canale tv americano, venne fuori il presunto problema di Jayson Tatum che, a quanto pare, “tira troppo dalla media distanza”.

Qualche settimana dopo, qui in Italia, pagine Facebook dalla dubbia profondità di analisi e video superficiali su YouTube, riportavano la notizia come data per certa, vera, incontestabile.

Tatum tira una quantità esagerata di long 2s, e i long 2s sono il male, vero papà D’Antoni?

Classico esempio di come prendere una cosa di tendenza che sboccia in certi ambienti e trasformarla in una verità assoluta. Tipo come i risvoltini ai pantaloni.

Avevo già scritto di questo problema in questa rubrica, per cui non voglio dilungarmi troppo. La verità è che i tiri dalla media distanza non sono il male, né sinonimo di inefficienza assoluta. Vanno capiti per essere giudicati. Vanno contestualizzati. E non possono neanche essere utilizzati da soli come benchmark per definire quanto una squadra funzioni o, soprattutto, quanto un singolo giocatore funzioni. È una follia, senza mezzi termini.

Dati alla mano, tra i 15-19 ft da canestro (che sarebbero tra 4,5 e i 6 metri circa) Jayson Tatum prende esattamente 2,00 tiri a partita, convertiti con il 42,3% – che poi scusate, cos’è, una percentuale bassa? – mentre Paul George, nello stesso range di distanza, ne prende 2,9 e li segna con il 42,6%. Klay Thompson, che in altezza non è lontanissimo dal giovane Jayson, ne tira 4,2 con il 46%.

 

Forse la verità è che i giocatori che si possono permettere di prendere questo tipo di soluzioni si contano sulle dita di tre mani e mezza. Il fatto stesso che Tatum sia tra questi con cifre non significativamente diverse è solo un merito.

Gianluigi Narciso

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