La Grande Bruttezza

La Grande Bruttezza nerazzurra: manuale a uso e consumo del tifoso per capire cosa legittimamente aspettarsi dalla prima Inter Spallettiana.

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L’Inter che arriva al derby sembra una squadra in salute. O almeno, a giudicare dai glaciali dati statistici sembrerebbe così. Ma quanto c’è di vero dietro questa affermazione?

I nerazzurri, dopo 7 giornate sono imbattuti, 6 vittorie e 1 solo pari, secondo posto in coabitazione con la Juventus dietro solo al Napoli e miglior difesa del torneo con soli 3 goal subiti. Eppure c’è qualcosa che non va. L’Inter è brutta, l’Inter non gioca bene, l’Inter ha “culo”. Risultato, l’Inter merita di perdere a prescindere.
Il tifoso interista, per definizione è un incontentabile, sempre alla ricerca del difetto, dell’imperfezione, del neo impercettibile su una superficie chiara, se non addirittura trasparente. Un “maicuntent” alla costante ricerca dell’autodistruzione perfino quando le cose sembrano andare bene. Ma è davvero così tutto negativo?
Si badi bene, il concetto di bellezza estetica, nel calcio, è qualcosa di estremamente soggettivo che a volte cozza con le reali possibilità e potenzialità della squadra stessa. C’è chi preferisce un possesso palla esasperato, chi ama giocare in verticale, chi preferisce segnare caterve di goal e chi non si gode una vittoria se questa non è accompagnata da un clean sheet (ok, lo ammetto, l’ultimo sono io). Di fronte una varietà tanto robusta è impossibile dare una definizione univoca e netta di bellezza applicata al calcio. Forse ci può essere una fetta più ampia che preferisce qualcosa, ma ci sarà sempre una controparte che la pensa diversamente.

COS’È L’INTER OGGI?

L’Inter è una squadra che sta faticosamente uscendo da un periodo di tetra oscurità tattica, tecnica, individuale, collettiva, societaria e dirigenziale che in 7 anni ne ha minato le fondamenta fino a farla crollare su se stessa. La seconda parte dell’ultima stagione è ancora vivida negli occhi e nella mente di chi ha il coraggio di ricordare, e pensare che un singolo uomo, più qualche buon giocatore (sic!), possano rivoltare come un calzino ambiente, giocatori e gioco è alquanto pretenzioso.
Spalletti, fin dalle prime interviste, ha posto l’accento sul buon lavoro dei suoi predecessori e sull’affermazione di non essere migliore di loro, dove quel “loro” ci ricorda di professionisti che hanno fallito. Forse perché il tecnico di Certaldo è una persona furba? Lo credo bene, ma è intelligente al punto tale da aver capito in poche settimane dall’interno, e da anni all’esterno, che non si trattava solo di allenatori mediocri a cui dare addosso ad libitum chiedendone la testa. C’era, e in parte ancora c’è, un problema più marcato e serio all’Inter, una difficoltà che parte dalla testa fino ad avere le sue naturali ripercussioni su tutti i rami societari, da quello dirigenziale fino a chi scende in campo.
Aver dato un’impronta e un’identità chiara in così poco tempo evitando i primi scogli di quest’inizio di stagione è già apprezzabile.

CI SONO CORRELAZIONI CON QUELLA DEL MANCINI-BIS?

Beninteso, è una domanda che serpeggia sui social e a cui tanti altri hanno già provveduto a rispondere. Noi ci accodiamo alla schiera dei “no” perché, seppur i risultati e il “non-gioco” lascino accostare quelle due squadre, tanto di diverso si è già visto in questi pochi mesi di lavoro. L’Inter di Mancini, al netto di una rosa diversa in molti uomini, specie nel reparto nevralgico del centrocampo (un’altra spiegazione del perché l’accostamento sia erroneo), era una squadra priva di certezze, che viveva alla singola giornata cercando di cavarne il meglio possibile senza costruire nulla che potesse darle un’ancora di sostegno quando fortuna, precisione, bravura, episodi (chiamatelo come volete, ma non culo) avessero deciso di voltare le spalle. E così avvenne dalla gara con la Lazio in poi. Un crollo verticale che portò al quarto posto. Piazzamento in linea con le potenzialità di quella rosa e che nessuno di noi disprezzerebbe proprio quest’anno, ma è il modo in cui lo si raggiunse a risultare negativo e non in linea con quelle che sembrano le premesse di quest’anno.

L’INTER PUÒ GIOCARE MEGLIO DI COSÌ?

L’Inter può migliorare sotto diversi aspetti, questo è certo. Avere una lunghezza in campo minore, imparare a correre meglio, specie in alcuni interpreti (Brozovic), tenere la linea difensiva più alta e vicina ai centrocampisti, variare nello spartito d’attacco che prevede un gioco troppo scolastico e prevedibile. Tuttavia, è proprio il concetto di “bel giuoco” (cit.) a stridere con questi interpreti.
La rosa dell’Inter, oltre a essere rabberciata, priva di profondità e seconde linee affidabili, è costruita male. Una grande squadra, più di badare ai nomi in quanto tali, dovrebbe in primis avere giocatori con caratteristiche complementari tra loro, che si sposino in un’armonia quasi perfetta. Questo all’Inter manca da anni, ed è apprezzabile il tentativo di dare una sterzata netta con gli acquisti di Valero e Vecino (tra gli altri), ma non certo giocatori che alzano di netto il livello qualitativo di cui questa squadra aveva profondo bisogno. L’Inter è come un bel vestito che si rifiuta di stare addosso a chi vuole fregiarsene, perché da dovunque lo tiri, sfila dall’altro lato lasciandoti nudo. E se si porta avanti la tesi che il 4-2-3-1 Spallettiano sia un modulo sbagliato per quelli che sono gli interpreti, è davvero complicato trovarne uno che metta tutti nelle condizioni di esprimersi al meglio, tanto quanto non lo è il modulo attuale. La mancanza di un trequartista puro con determinate caratteristiche, l’handicap di avere sulla corsia di destra esclusivamente giocatori che cerchino il fondo, una punta che solo recentemente sta provando a variare i suoi movimenti e l’atavica e pervicace incapacità ad acquistare terzini normodotati ed egualmente abili nelle due fasi che possano sostituire l’immancabile duo D’Ambrosio-Nagatomo, sono, tra gli altri, difetti abbacinanti che è difficile mascherare anche per un tecnico come Spalletti.

DOVE PUÒ ARRIVARE QUESTA INTER?

L’Inter non giocherà mai “bene”, ma sarà una brutta gatta da pelare per tutte. Spalletti lo ha ribadito anche recentemente, e il lavoro del tecnico a livello psicologico è già evidente, e parte dei numeri lo testimoniano (l’Inter segna la maggior parte dei goal nei finali di partita, segno di una squadra che crede ostinatamente in ciò che fa).
A prescindere da cosa porterà in dote il mercato invernale, i tifosi nerazzurri possono solo affidarsi al tecnico di Certaldo, alla sua capacità di tenere sulla corda i suoi ragazzi e di non permettere che sbandino al primo risultato negativo (che fisiologicamente arriverà), e all’ottenere il massimo da ognuno di loro.
E’ inutile quanto nocivo aspettarsi di più dai singoli giocatori escludendo il contesto tattico nel quale si vengono a creare. Se Spalletti riuscirà a limitare le tante imperfezioni di ogni singolo individuo avrà compiuto un autentico miracolo e, ne sono convinto, l’Inter tornerà nell’Europa che conta.
La grande bruttezza interista dovrebbe essere l’ultimo dei problemi per i tifosi, che dovrebbero astenersi da alimentare la vampa attizzata dai media nostrani. Bensì, l’unica preoccupazione dovrebbe essere rivolta a questa stagione e ai suoi risultati, ben consci di quanto scritto prima, perché è lecito credere che se non riuscirà Spalletti a imprimere la decisiva sterzata a questa rosa, nessun altro al posto suo ci riuscirà.

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