Le parole di un uomo

la drammatica vicenda di Mihajlovic riconsegna al calcio italiano un personaggio di straordinaria (e complessa) umanità

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Abbiamo pensato molto, prima di iniziare a scriverne. A dire il vero, abbiamo pensato soprattutto se bisognasse scriverne o meno. In certe situazioni, a star zitti non si sbaglia mai. Il rischio è quello di apparire retorici, banali, qualunquistici, di cedere al piagnisteo. Ma ci sono lacrime e lacrime e nella sua conferenza stampa di ieri, Sinisa Mihajlovic da Vukovar, oggi Croazia ma nel 1969 (suo anno di nascita) semplicemente Jugoslavia, ce lo ha dimostrato. Lo ha detto a modo suo, l’unico che conosce, a muso duro. Non erano lacrime di paura, erano lacrime da mostrare guardando tutti negli occhi, erano lacrime di dolore e di sfida. L’ennesima. E no, non la più difficile, perché sarebbe retorico (che poi, a uno che ha “sbagliato più rigori che punizioni”, le sfide eventualmente piacciono più difficili). Una delle tante allora, perché chi è abituato alle sfide, tra le sfide non fa differenza. Una vale l’altra, basta che ci sia da lottare, anzi, più è ricca la posta in palio più sarà bello provarci. E riuscirci. Perché chi è abituato alle sfide, chi è abituato a lottare, vince sempre, ha già vinto. Certo, ci saranno momenti duri, sarà tremendo, faticoso, difficile. Ma chi può davvero dire cosa sia difficile e cosa no? Semplice, chi ha avuto dalla vita la possibilità della sofferenza, dalla quale imparare a dar valore alle cose. “Fare il capitano a 22 anni non è facile? Svegliarsi alle 4 del mattino e andare a lavorare alle 6 tutto il giorno cercando di arrivare alla fine del mese, questo non è facile. Fare il capitano del Torino a 22 anni deve essere uno stimolo e un piacere”, (disse rispondendo a una domanda su Baselli, ai tempi in cui allenava il Toro, chapeau). E allora, cosa sarà mai, una sfida in più? Cosa volete che sia per uno che ha attraversato due guerre? La malattia si guarderà in faccia, lo ha già detto, quasi con tono minatorio, il suo, il solito. Come quando scese dalla macchina, fuori dalla Pinetina, perché qualcuno gli aveva detto di essere una spia di Mancini. Vieni qua, dimmelo in faccia. Avrà pensato la stessa cosa, quando la malattia lo ha colpito di nascosto. E se è vero che gli ha “dato una bella botta”, sarà vero anche il contrario, c’è da giurarci. La leucemia si è scelta un avversario come peggio non si poteva. Forse conosce poco il mondo del calcio, avrebbe saputo che questo è uno che non si è pentito di nulla, che non si è mai tirato indietro, dallla tigre Arkan (Željko Ražnatović, militare e agente segreto serbo durante le guerre jugoslave, condannato per crimini di guerra e genocidio, “era un mio amico, con me si è sempre comportato onestamente, mi chiamò quando catturarono mio zio, fratello di mia madre, se non lo avessi salvato lo avrebbe ucciso perché era croato. È stato un criminale di guerra e io non condivido le sue azioni ma resterà per sempre un mio amico e io non rinnego gli amici”. Quando Arkan, la tigre verrà ucciso, Mihajlovic gli dedicherà un necrologio) a Vieira (insultato in un Lazio-Arsenal: “è vero, gli ho detto negro di merda e lui mi ha detto zingaro di merda, l’offerta sta nella merda, non mi pento, io so di non essere razzista, non devo spiegarlo a nessuno”). Da Milosevic a Lijaic, ce ne sarebbero di storie da raccontare, per uno che della coerenza ha fatto una bandiera. Anche a rischio di diventare impopolare, anche a rischio di essere odiato. Non importa, o bianco o nero. L’importante è avere la testa alta, sempre. Tutto

Il resto lo fanno le parole. E i fatti. Che sono in pratica la stessa cosa, perché le parole di un uomo non sono altro che il corollario delle sue azioni e viceversa. Senza mai scappare, soprattutto quando la partita chiama, quando tocca a te. Credere, attaccare rapidi l’avanzata arrembante, iracondi, odiati, temuti, impavidi, assurdi ma ostinati. Giusto il tempo di una lacrima, se scappa via, poi si torna incazzati e ironici, come avrebbe voluto “zio” Vuja Boskov. E si va. Come per una punizione, si cerca la soluzione migliore e poi si scarica il sinistro, forte, più che si può. E c’è da giurarci, la palla andrà dentro anche stavolta. Perché se tira Sinisa è goal.

 

 

 

Simone Cacurri

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