L’integrazione attraverso lo sport e l’inclusione dei rifugiati in Europa

Il meeting europeo organizzato da FARE Network per una strategia comune sull'inclusione sociale

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Oltre cento partecipanti al meeting organizzato da FARE Network a Varsavia, per discutere strategie e condividere pratiche attive sul tema dello sport come strumento di inclusione dei rifugiati in Europa.
Tra gli aspetti emersi, la condivisione dell’importanza che i mezzi di comunicazione possono riservare nel processo inclusivo.

IL CONTESTO DEI RIFUGIATI IN EUROPA

L’apertura del meeting è a carico di Katarzyna Oyrzanowska, rappresentante polacca dell’ UNHCR.
Sul tema rifugiati è importante fare chiarezza e affidarsi ai dati, facendo innanzitutto riferimento alle convenzioni, come quella di Ginevra che nel 1951, che non indica la necessità di una guerra nel paese di origine per dare lo stato di rifugiato, bensì una situazione di insicurezza personale.
E’ importante, per lavorare nell’ambito di sport e rifugiati, avere chiara la situazione attuale per non farsi trascinare da propagande prive di fondamenta.
A smentire molte delle ideologie diffusesi ultimamente, grazie anche alle sempre più frequenti fake news, i dati dimostrano che in Europa non sta avvenendo nessun tipo di invasione di rifugiati, la maggior parte, infatti, non risiede in Europa ma in ben altri paesi, come Turchia, Uganda, Pakistan e Libano.

Lo sport permette di aumentare la consapevolezza sul tema, attirando l’attenzione il più possibile, soprattutto per amplificare la voce dei più deboli e permetteredi far conoscere le loro storie.
Oltre il 50% dei rifugiati ha meno di 18 anni” conclude la Oyrzanowksa “Investire sui rifugiati significa investire sul futuro!

DALLE PAROLE ALL’AZIONE

I dati sono necessari, ma devono essere accompagnati dai fatti concreti.
Interviene così Veronica Noseda, presidentessa della squadra di donne multietnica francese “Les Dégommeuses“.
La squadra, composta anche da ragazze rifugiate, gioca contro ogni tipo di discriminazione  e stereotipo: “Non sono solo i rifugiati a doversi integrare, ma è un processo di inclusione a due direzioni” afferma Veronica.

Prosegue l’intervento Khalida Popal, capitano della nazionale di calcio femminile dell’ Afghanistan, che sottolinea la necessità di coinvolgere il maggior numero di persone possibili, affinchè conoscano più da vicino i rifugiati stessi, scardinando così pregiudizi e xenofobie.

Secondo Aleksandra Winiarska dell’università di Vasravia infatti, la sfida da porsi è anche quella di creare momenti di confronto con chi è diffidente nei confronti dei rifugiati, e per questo motivo le realtà di sport locali possono essere più incisive di quelle nazionali.

LA TESTIMONIANZA ITALIANA

Le notizie che giungono dall’Italia in tema di politiche immigratorie spaventano coloro che lavorano nel campo di sport e inclusione sociale, lasciando intravedere un futuro pieno di incertezze e peggioramenti.
Ma in questo clima di insicurezza non mancano le buone notizie e testimonianze, come sottolinea Raffaella Chiodo Karpinsky, membro direttivo del FARE Network e di UISP: “Ci sono numerosi risultati positivi, ma serve un impatto maggiore, più concreto” e lancia l’assist a Gian Marco Duina, vicepresidente di Altropallone ASD Onlus che testimonia l’impegno e la determinazione della piattaforma We Want To Play, che con sempre più adesioni in tutta Italia, crea una rete di realtà sportive che gettano le proprie basi proprio sullo sport come strumento di inclusione e incontro con rifugiati e migranti, opponendosi alle restrizioni e alle manovre che impediscono ai rifugiati e richiedenti asilo di praticare sport a livello agonistico in Italia.

A rappresentare l’Italia anche Cristina Blasetti, membro della FIGC, e responsabile del progetto RETE! che quest’anno ha coinvolto oltre 500 rifugiati da ben 39 SPRAR in tutta Italia.

UNO SPORT MIGRANTE

Il calcio è stato sempre uno sport “migrante“; è stato diffuso in tutto il mondo da migranti, e oggi più che mai è uno strumento necessario per coinvolgere e includere i rifugiati in ogni angolo del pianeta.
Per diffondere questa consapevolezza e condividere questi obiettivi è essenziale riuscire a fare squadra, unire le forze in una strategia comune volta ad abbattere nello sport ogni forma di discriminazione ed esclusione.

Gian Marco Duina

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