Napoli, Ancelotti: “Qui per restare. La Juve non è inarrivabile”

Carlo Ancelotti, intervistato da Walter Veltroni, si racconta in esclusiva alla Gazzetta dello Sport: "Questa è una città che accoglie, non respinge"

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Carlo Ancelotti e il suo Napoli. Già, il suo. Perché una città come quella partenopea ti entra nel cuore e non ne esce più. Lo sa bene il sessantunenne tecnico romagnolo, che, in un’intervista esclusiva alla Gazzetta dello Sport, si racconta a trecentosessanta gradi. Sulla sua esperienza presente e su quelle passate, sulle prospettive per il futuro e su quello che può portare a termine il suo Napoli in questa stagione.

LE PAROLE

Questo un estratto dell’intervista rilasciata a Walter Veltroni:

Carlo Ancelotti: cosa è il calcio nella vita di questo Paese? È una speranza? È un diversivo? È un gioco?
“Dovrebbe essere un gioco. E’ nato così, così è vissuto dai bambini. Ma per questo Paese il calcio non è tanto un gioco, quanto un diversivo. A Napoli rappresenta anche una rivalsa, una sorta di riscatto dal senso di abbandono che questa città ha legittimamente introiettato nei secoli. Per me rimane un gioco. Bello, emozionante. Ancora mi diverto, ancora lo faccio con passione. Sento tanta gente del calcio dire che non riesce a dormire per la pressione. Io dormo sempre”.
Il fisico quanto conta nel calcio moderno? Conta più dell’intelligenza e della tecnica calcistica?
“No, la cosa più importante è l’intelligenza. Dopo, naturalmente, c’è la genetica, che è il talento e anche il fisico. È una combinazione. Alla stazza non do molta importanza. I giocatori lenti, per esempio, continuano a giocare a calcio, perché a calcio possono giocare tutti. Il giocatore lento, quello veloce, il giocatore basso, il giocatore alto. È lo sport di tutti. L’aspetto fisico, nella mia idea di calcio, ancora non ha la predominanza sull’intelligenza tecnica e tattica”.
Sì, infatti lei ha Mertens, Insigne e ha avuto Verratti che certo non sono dei corazzieri.
“Più dell’intelligenza conta la personalità. Puoi giocare ad alto livello solo se hai una forte personalità. Come Modric che, fisicamente, anche lui è un po’ esile. Avere personalità significa non spaventarsi davanti alle partite importanti. Ci sono tanti giocatori dei quali si dice ‘questo giocatore nelle partite importanti sparisce’. Quello è un difetto di personalità”.
Lei pensa sia immaginabile, per esempio qui a Napoli, un’idea del manager che resta per diversi anni come è per esempio nel calcio inglese?
“Mi piacerebbe molto. Forse qui ci sono le caratteristiche adatte a un progetto simile”.
Che cosa ha Napoli che le piace? A uno come lei che viene dalla Bassa?
“Di Napoli mi piacciono tante cose. Ovviamente il paesaggio e la luce. Il golfo di Napoli, con Capri di fronte. Il Vesuvio: ti svegli la mattina e hai questa fotografia emozionante davanti. Poi che ha Napoli? La gente è molto disponibile. Il napoletano non si prende troppo sul serio. E’ gente allegra, disponibile, aperta. Mi piace poi la passione che c’è dietro questa squadra. Passione e rispetto. Tutti pensano che Napoli sia sempre un grande, esuberante, putiferio. A me piace frequentare la città, vado per strada, nei ristoranti e nessuno mi ha mai disturbato, sono molto rispettosi. Forse perché mi vedono un po’ vecchio…”.
E invece della sua nebbia ha nostalgia? La sente nelle sue radici?
“Sì, io sono del nord ma mi trovo bene al sud. La nebbia sono i ricordi della mia infanzia che rimangono indelebili. Sono così per come sono cresciuto”.
Lei ha detto che se negli stadi continueranno gli slogan contro Napoli, che poi sono urla razziste, lei chiederà che la partita si fermi.
“Io non voglio fare un discorso solo sul Napoli, ovviamente. Voglio parlare degli stadi italiani e della lotta contro ogni intolleranza. Una cosa sono i cori e gli striscioni divertenti, altro le manifestazioni di odio e la demonizzazione di città, colori della pelle, appartenenze etniche o religiose. E’ un malcostume che deve finire. Credo che anche il presidente della Federazione sia sensibile a questo, gli arbitri sono sensibili, ci sono delle regole che gli organi competenti devono far rispettare. Se ci sono quei cori si devono attuare delle procedure: la segnalazione del capitano all’arbitro, l’annuncio con gli altoparlanti e, se nulla serve, la sospensione della partita”.
Koulibaly una volta mi ha detto ‘Io sono napoletano’. Anche lei si sente un po’ così?
“Sì. Mi piace l’atmosfera che si vive qui, l’ambiente. Napoli accoglie, non respinge”.
Dove può arrivare questo Napoli quest’anno?
“Non lo sappiamo, secondo me questa squadra ha tante potenzialità e lo ha dimostrato nel girone di Champions, che era difficilissimo. Siamo cresciuti molto in personalità, convinzione, perché queste partite aiutano a crescere. Siamo una squadra che non può giocare a basso ritmo. Per riuscire dobbiamo lavorare sempre a ritmo alto”.
Il Napoli ha il miglior centrocampo che ci sia in Italia. E’ così?
“Ne sono convinto. Allan, Fabiàn Ruiz, Hamsik, Diawara, Zielinski, Ounas. Sei centrocampisti di alto livello. Nella completezza siamo molto competitivi”.
Koulibaly è il miglior difensore del mondo in questo momento?
“E’ uno dei migliori. Con Sergio Ramos, Varane. E con quelli della Juve che sono molto forti, più che come individualità, come coppia”.
La Juve è inarrivabile quest’anno?
“No, la Juve è molto forte, molto continua, però inarrivabile no. Nella mia esperienza di calcio non ho ancora trovato squadre imbattibili. Certo, per stare al passo con la Juve, devi fare miracoli”.
L’allenatore da cui hai imparato di più è stato Liedholm?
“Sacchi ha innovato non solo il gioco, portando il pressing, ma soprattutto l’organizzazione, la metodologia del lavoro”.
Dove sei andato hai lasciato un buon segno. Oltre a tante vittorie.
“L’unica esperienza amara è stata il Bayern. E’ stato un scontro di filosofie. La società non aveva intenzione di modificare la struttura, la loro filosofia di lavoro e di promuovere un cambio generazionale dei giocatori, cosa che ora stanno facendo”.
In un futuro lontano ti immagini allenatore della Nazionale?
“Oggi no. Ho avuto la possibilità mesi orsono, ho parlato anche con la Figc. Ma ho detto loro che avevo voglia di allenare una squadra di club. A me piace stare qui tutti i giorni. Non mi piace allenare tre volte al mese”.
La Redazione

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