Özil lascia la Nazionale. E’ il fallimento del modello tedesco?

Mesut Özil al centro delle polemiche in Germania è costretto a lasciare la Nazionale. E' il primo passo verso la fine del cosiddetto 'modello tedesco'?

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Se ne 2014 si celebrava la vittoria del Campionato del Mondo da parte della Germania come figlia di un’iniziativa sportiva e politica che affondava le proprie radici molti decenni prima, solo quattro anni dopo quei dolci ricordi teutonici fanno spazio a venti di chiusura e d’intolleranza. E’ l’Europa e il mondo che cambiano. E il pallone può solamente esserne influenzato abbondantemente.

Nel 1996 i Governi progressisti, socialisti e di sinistra in Europa erano tanti: in Italia c’era Romano Prodi, in Portogallo Soares e Sampaio s avvicendavano, in Inghilterra Tony Blair, Kok in Olanda. L’altro colore era quello bianco, quello dei cristiani: Helmut Kohl in Germania, Aznar in Spagna… Insomma, un’Europa di tolleranza, apertura verso l’esterno e che da lì a qualche anno avrebbe ampliato la sua dimensione, abbracciando molti Paesi dell’ex patto di Varsavia, quelli dell’Europa centro orientale. Vent’anni dopo o poco più, la parola chiave ‘multiculturalismo’ – al tempo fondamenta delle principali politiche – è uscita dalle agende degli esecutivi. L’intolleranza cresce, la diffidenza verso il prossimo pure. Il colore della pelle, il credo politico, la religione praticata. Tutte conditio per le quali una persona viene considerata ‘diversa’ e quindi escludibile.

Capita che Mesut Özil abbia una madre turca. Non è così scandaloso. In Germania vi sono 20 milioni di turchi, circa. Gli investimenti teutonici nella terra di Solimano erano consistentissimi, durante la Époque. La celebre ferrovia Berlino-Baghdad fu un investimento tedesco. Per anni vi è stata convivenza pacifica nella Mitteleuropa. Non erano turchi, ma tedeschi di seconda, terza, quarta generazione e così via. Anche durante i drammatici momenti dell’estate 1972, alle Olimpiadi di Monaco, quelli di Settembre Nero non erano considerati medio orientali, musulmani o neri. Erano terroristi. Punto. Palestinesi, fra l’altro. Razionalmente distanti geograficamente e lontanissimi culturalmente dai turchi. Fosse capitato oggi, apriti cielo.

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Oggi Özil non fa un attentato, ci mancherebbe. Fa una foto assieme al satrapo della Turchia, l’autarca Recep Tayyip Erdoğan. Il neosultano della Turchia ha lanciato una riforma costituzionale al referendum. Accettata dalla maggioranza dei cittadini – si tace su possibili forzature dei servizi segreti – adesso Erdoğan è veramente forte, fortissimo. Mai come un Presidente turco in precedenza. Anche l’attentato (o presunto tale) anti islamizzazione e accentramento dei potere del luglio 2016 è fallito. E i militari, per un secolo garanti della secolarizzazione del Paese (fiore all’occhiello della moderna Turchia, post Impero Ottomano), sono stati ridimensionati. Erdoğan non piace alle cancellerie di mezza Europa. Tanto meno a quella teutonica. E non piace ai tedeschi. E quindi, cosa può significare una foto tra un calciatore della Nazionale tedesca con il capo incontrastato della Turchia, un autoritarismo alle porte d’Europa? La fine ‘politica’ del calciatore. Özil ha passato due mesi tremendi: attaccato, accusato di ‘collaborazionismo’ (che in Germania assume un significato estremamente delicato), insultato e chi più ne ha, più ne metta. Una brutta, bruttissima situazione. Lui e la sua famiglia sono stati due mesi al centro del ciclone. Fino ad arrivare alla scelta drastica. Il calciatore non vestirà più la maglia della Nazionale con cui esordì nel 2006 (Under-19. Nazionale Maggiore sin dal 2006).

Nel mettere al corrente il mondo di questa scelta, Özil risponde. Lo fa tramite Twitter, inserendo tre testi in inglese, facilmente traducibili da tutti ai quattro angoli del pianeta. Dice che non ha avuto opportunità di spiegare E’ stato solo attaccato: dalla classe politica fino alla ‘gente comune’. “Il politico tedesco Bernd Holzhauer”, racconta il fantasista ex Werder Brema, “mi ha insultato per quella foto e per le mie origini. Werner Steer, amministratore delegato del teatro tedesco di Monaco, mi ha detto di andare in Anatolia, terra di immigrati. Ho incontrato Grindel, capo della Dfb, prima di partire per il mondiale e non era interessato alle mie spiegazioni, voleva solo espormi le proprie idee. Loro non sono meglio del tifoso che, dopo Svezia-Germania, mi ha dato del maiale turco. Per non parlare delle mail, le telefonate e i post sui social pieni d’odio che la mia famiglia ha subito”.

Nessuno ha chiesto un confronto, solo attacchi. Quella che Enrico Mentana ha definito “shit storming”. Özil ha dovuto spiegare d’esser nato e cresciuto a Gelsenkirchen, nella Renania del nord. A 75 km dall’Olanda, a 120 dal Belgio. Non vicino alla Siria. Ma non ha nascosto una parte delle proprie origini: “Ho due cuori, uno tedesco e uno turco. Durante la mia infanzia mia madre mi ha trasmesso il valore del rispetto, chiedendomi di non dimenticare le mie origini”.

 

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Il talento dell’Arsenal vuole giustificarsi e parla dell’incontro tra l’ex capitano della nazionale tedesca Lothar Matthäus e il Presidente russo Vladimir Putin: al tempo “Non si è gridato allo scandalo. Perché la Federazione chiede a me di spiegare il caso Erdogan e non ha chiesto alla Mercedes, suo sponsor, di prendere posizione sullo scandalo emissioni? Per me la foto con Erdogan non era propaganda, ma è stata usata per fare propaganda destrorsa. Non si criticavano le mie prestazioni ma il mio legame con le mie radici. Hanno usato la foto per mettere la Germania contro di me”. Cosa che è effettivamente successa. Vent’anni fa sarebbe accaduto? Non è così verosimile. Nel momento storico della rinascita dei populismi, della demagogia e della politica dei social network, è certamente più importante apparire che essere. O meglio, dimostrare d’essere qualcosa. Özil ha molto probabilmente sbagliato a farsi una foto con quello che viene definito il leader di un autoritarismo, lontano da molti canoni della ‘democrazia occidentale’. Ma nella spinta ad abbandonare la Nazionale, non si tratta solo di perdere un ottimo calciatore (che secondo Il presidente del Bayern Bonaco, Uli Hoeness, ha giocato un pessimo Mondiale). Si tratta con grandi possibilità della fine di un modello. Il modello tedesco. Non quello calcistico. Ormai quello è ben istradato e funziona: basta soli panzer. Serve anche tecnica e classe. Nuove interpretazioni del calcio moderno. Si finisce però nel perdere il modello politico alle spalle. Da Paese moderno, aperto e tollerante, uno Stato che vedeva la differenza come fonte di ricchezza e non di pericolo e che voleva rinfrescare l’antico con nuove basi, adesso potrebbe fare un salto indietro nel tempo. Molto indietro. Un grande peccato.

Daniele Errera

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